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Disturbi del comportamento alimentare

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"Una famiglia di medici e psicologi per curare le giovani anoressiche" - L'équipe del Sant'Orsola a Bologna: diamo alle ragazze il calore che a casa non trovano. (Corriere della Sera di lunedì 10 settembre 2001, pag. 18, a firma Barbara Palombelli).

BOLOGNA - Poco dopo l'ora del pasto di mezzogiorno, in una stanza del più grande ospedale della città. Una dozzina di giovani donne con le braccia sottili, i volti scavati, pallidissime e nonostante la magrezza, ancora belle, stanno parlando fra loro. "La mia paura più grande? Prendere un etto: Quando faccio colazione con un bicchiere di latte, sono capace di fare venti chilometri in bici per smaltirlo, cancellarlo. Se piove, faccio sei volte le scale fino all'ottavo piano. Capisco con la mente di essere la protagonista di un incubo, ma non riesco a provare interesse per l'altra vita, quella vera, mi sento come un vascello fantasma che sbanda e non trova un approdo". Grazia, di Ravenna, è una bella bruna con gli occhi profondi e vitali. Davanti a lei c'è Emanuela, di Bologna, che confessa: "Penso al cibo 24 ore su 24. Però quello che mi pesa ma mi affascina è l'isolamento che deriva da questa situazione. Non esco più, non vedo gli amici e le amiche di una volta. Mi chiamano per andare in giro, ma non mi trovo più a mio agio con nessuno. Neppure a casa, anche se ora va un po' meglio. I miei genitori, prima mi dicevano sempre: mangia, mangia. Adesso non lo dicono, ma mi guardano in un modo...". Per Nina, che è venuta fino a qui da Salerno per provare a riprendere le forme e ricoprire lo scheletro che mostra quasi con soddisfazione, "prima ero contro tutta la mia famiglia. Ora sono riuscita ad aprirmi, a dire a mamma, 'ti voglio bene', l'ho fatto dal mio letto di ospedale. Sto anche tenendo un diario, mi aiuta moltissimo". Le tre ragazze, studentesse ventenni, fanno parte di un gruppo di auto-aiuto che sta sperimentando la cura dell'anoressia attraverso la frequenza quotidiana presso un day hospital all'ospedale Sant'Orsola. Entrano al mattino presto, consumano assieme tre pasti, escono dopo il tè delle cinque e tornano a casa. Le assistono quelle che hanno vinto la loro battaglia, spesso diventano psicologhe. A volte, i piatti restano intatti, a volte c'è chi impiega mezzora per un grissino. Una delle più vivaci, Paola, spiga come si fa a riconoscere, a tavola, un'anoressica: "Dalla lentezza. E da un tic che abbiamo tutte: allarghiamo la pietanza nel piatto, scansiamo l'olio o il sugo, lo dividiamo in mille settori, lo giriamo in continuo e senza farci scoprire facciamo finta di averne ingerito un po'. Un'abilità imparata negli anni". Mi ha invitata qui un professore di neuropsichiatria infantile, Emilio Franzoni, e la giornata che passo con lui e le sue ragazze è un incontro con una storia di famiglia speciale. Lui, Franzoni, capelli bianchi, sorriso sereno dietro le lenti degli occhiali, ha 53 anni e due figli, Matteo di 30 e Sara di 26. In ospedale, è considerato il papà di tutte le ricoverate. "Mi vedono proprio così. Sanno che il mio cellulare è sempre acceso per loro e continuo a seguirle anche quando escono, vengono a casa a parlare con mia moglie Rita, sono a disposizione anche a Natale e a Ferragosto. La notte di Capodanno del 2000, alle tre, mi ero appena addormentato, mi svegliò una ragazza che aveva preso delle pillole, voleva darmi un saluto prima del suicidio. Riuscimmo a salvarla con un gioco di squadra, mobilitai il 113 e per fortuna arrivammo in tempo. La verità è che i disturbi dell'alimentazione, un'emergenza nazionale con migliaia di casi gravi, non sono affrontati con le dovute misure straordinarie. C'è chi parla di moda, di cattivi esempi della società, purtroppo il malessere è più profondo. Si tratta di una malattia psichica e non di una dieta riuscita male. Ora, se ha tempo, ci facciamo accompagnare dalla Anna Andreoli, la psicologa che lavora con me, la mamma, e le dimostrerò quello che le ho appena detto". Un pediatra e una psicologa. Una coppia - soltanto nella vita professionale - che si occupa di questi temi dai primi anni Ottanta. Da allora i casi si sono moltiplicati. Uno su tre diventa cronico. Le guarigioni arrivano, se arrivano, due anni dopo il primo ricovero. Per vero recupero sono necessarie cure mediche e una grande attenzione familiare. La dottoressa Andreoli spiega: "Una vera e propria cura non esiste e bisogna lottare contro le amministrazioni della ASL che sono giustamente preoccupate dei lunghi ricoveri. L'essere una famiglia, qui in ospedale, con le psicologhe giovani che sono davvero come le sorelle maggiori, dà risultati insperati. Una delle cose che fa più bene a queste ragazze è la nostra totale accessibilità. Ci toccano, ci abbracciano, hanno bisogno di un calore che a casa non trovano. Abbiamo scoperto che fa bene sottoporle a un massaggio shatzu, offrire corsi di arte e di teatro, per far uscire fuori la loro voglia di mostrarsi. In certe situazioni, abbiamo capito che la magrezza dà un'identità forte, un protagonismo, e che è difficile tornare ad essere delle persone 'normali'. Restare bambini, adorati e temiti da mamma e papà, può essere molto rassicurante per chi soffre di paure e di insicurezze psichiche". Giriamo per il Sant'Orsola, una città nella città, e scopro una realtà a due luci: la disperazione della malattia più incomprensibile dei nostri tempi e la volontà di questo gruppo di battere un nemico sfuggente e spesso inafferrabile. Le ragazze ventenni sono in terapia per loro scelta. Ma i disturbi, ormai, si manifestano anche prima dei dieci anni. Saliamo al reparto pediatrico, dove le "sorelle" dottoresse, Valentina Francia, Barbara Moreschini, Marisa Bergamini, assistono con amore le bambine. E che bambine: senza voce e senza forze, esserini quasi trasparenti che vengono alimentati con una sonda interna o con delle flebo che sembrano così più alte di loro. Franzoni, sempre sorridente, le chiama e le fa sedere attorno ad un tavolo. Riesco a malapena a sentire le loro voci, tanto è tenue il soffio che esce da quelle bocche. Rispondono piano, sembrano disinteressate a tutto. Eppure, sono le prime delle loro classi e in un minuto recuperano a scuola anche mesi di ricovero. Il mondo dei bambini, dai Pokémon ai giochi, dalla tv al computer, è lontano mille chilometri. Qui la sfida è ingoiare undici chicchi di riso, F. ci è riuscita e lo racconta a papà Franzoni. L. è qui da sola, ha dodici anni, ne dimostra sei, e la famiglia ospedaliera ha consigliato l'allontanamento dalla famiglia vera, lei ne è sollevata. "Le madri ossessive, le mamme assolute, onnipresenti, e i padri assenti: sono i tratti comuni a quasi tutti i malati. Nella maggioranza dei casi, le ragazze e i ragazzi, adesso abbiamo anche dei maschi in cura, sono perfetti, controllano tutto, sono ordinatissimi, precisi. Si sentono però bloccati nelle scelte, non prendono decisioni, come se avessero delle catene che impediscono loro di capire cosa vogliono davvero. Non si vedono più come sono: una bimba che pesava 25 chili si disegnò come un ippopotamo. Infine, c'è il gusto della sfida, scoprire fino a che punto si può arrivare. Il guaio è che il crollo è improvviso. E si può morire anche se il giorno prima si stava benissimo. Io dico sempre: per diventare anoressici ci vuole un fisico bestiale, ma non esagerate, anche il cervello dimagrisce, si atrofizza e può danneggiarsi per sempre". Parliamo troppo di cibo. Siamo ipnotizzati dalle diete e dal mito della forma fisica. Usciamo solo a cena. Teniamo troppo accesa la televisione. Dialoghiamo poco con i nostri figli. Li conosciamo male e trascuriamo i più bravi, quelli che non ci danno problemi. I nostri errori, spiegano Franzoni e Andreoli, sono tantissimi: "Ricadono sui ragazzi i conflitti di coppia, le depressioni delle madri e a volte delle nonne, i ricatti fra coniugi. Ci sono bambini che si ammalano apposta per evitare la separazione dei genitori. L'anoressia è la malattia di chi vuole dimostrare qualcosa e può farlo solo con il suo corpo. Anche quando si riprende a mangiare, può esserci un problema irrisolto. È Anche la patologia di chi non vuole guarire". Franzoni e il suo gruppo di volontariato hanno un sito, www.fanep.org. Sperano di trovare i fondi per costruire delle case-famiglia, per dare speranza alle centinaia di persone che si rivolgono al Sant'Orsola. Perché i mali della famiglia si vincono vivendo con un'altra famiglia.

Ultimo aggiornamento: 01/09/2004

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