Pubblicazioni del Dr. Michele G. Sforza
1.1.1.1

La cultura dell'alcol
Considerazioni secondo la prospettiva psicoanalitica

Michele G. Sforza
Direttore del Ce.S.Te.P.
Direttore del Servizio Multidisciplinare Alcologia della
Casa di Cura "Le Betulle" di Appiano Gentile (Co)

XIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Alcologia
Serata Milanese "Alcol e Cultura"
Milano, 5 ottobre 1995

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Fra i vari aspetti che caratterizzano il termine cultura possiamo considerare quello che designa la cultura come tutto il bagaglio di nozioni, tradizioni, consuetudini che costituiscono il patrimonio comune e condiviso di un gruppo sociale. Tutto questo materiale viene costruito e accumulato nel tempo attraverso una complessa elaborazione di esperienze e di concettualizzazioni che, partendo dall'individuo, diventeranno poi patrimonio comune grazie ad un processo di lavorazione corale che è stato anche definito "negoziazione dei significati collettivi" (J. Bruner). Vale a dire che i singoli membri di un gruppo, attraverso un processo dialettico, si accordano sull'attribuzione dei significati da dare alle cose e alle situazioni e ne fanno un punto fermo, un riferimento fisso da non dover mettere in discussione ogni volta, ma solo nel caso in cui quel riferimento dovesse trovarsi in aperto conflitto con la realtà da affrontare.
D'altronde per affrontare la realtà l'individuo ha bisogno di inquadrarla e comprenderla per poter costruire schemi e modalità operative. Alcuni di questi schemi, come confermano recenti ricerche delle Neuroscienze, sembrano essere presenti già alla nascita per consentire al bambino di affrontare le prime difficoltà adattive, ma molti altri dovranno essere costruiti successivamente per affrontare le esigenze di una realtà che diventa col tempo sempre più complessa. Le necessità sono molte, giacché l'ambito adattivo dell'essere umano è piuttosto vasto per cui anche le acquisizioni adattive dovranno essere di natura diversa, e dovranno coprire un vasto ambito che va dagli aspetti tecnologici a quelli morali, religiosi, filosofici e così via. È il processo che porterà anche alla formazione dei criteri di valutazione, dei concetti, dei valori e quindi delle "coping strategies", dello "stile di vita" di un individuo. Sarebbe interessante approfondire questo argomento, ma il tempo e l'obiettivo del nostro tema non ce lo consentono, per cui proseguendo nel nostro discorso, possiamo affermare che, se è vero che gli individui contribuiscono con le loro esperienze e con il loro processo di "negoziazione dei significati collettivi" a formare una cultura, è altrettanto vero che essi stessi diventano poi espressione di quella cultura che hanno creato (Kluckhohn). C'è quindi un rapporto di influenzamento reciproco, incessante e progressivo, fra la "cultura" del singolo e quella del suo gruppo.

Ho voluto partire da questi accenni generali al concetto di cultura per poter esaminare nello specifico in cosa consiste e come si forma quella che comunemente viene definita la "cultura dell'alcol", cioè tutta la serie di immagini, credenze, convinzioni, simbolizzazioni che riguardano l'alcol e le sue modalità di consumo. Ed ancora, considerare il tragitto con cui, partendo dall'esperienza del singolo con la sostanza, si giunge agli elaborati dapprima individuali e poi collettivi che, a loro volta, influenzeranno circolarmente il pensiero dell'individuo.
Non c'è dubbio infatti che il rapporto con l'alcol sia un'esperienza che nasce col soggetto e nel soggetto ma che è ben presto destinata ad estendersi anche al suo entourage su cui si riversano inevitabilmente le modificazioni dello psichismo e dei comportamenti indotti dall'azione della sostanza.
Per capire come mai l'alcol incide così profondamente sulla psiche dell'individuo è opportuno ricordare alcune delle sue proprietà. L'alcol è una sostanza psicoattiva, cioè provvista di una attività farmacologica diretta sul Sistema Nervoso Centrale ed in grado quindi di indurre modificazioni nella psiche dell'individuo. I suoi effetti farmacologici sono diversi: ansiolitici, antidepressivi, disinibenti, eccitatori, ma anche sedativi, depressanti, inibitori, ansiogeni. Sono, come si vede, effetti paradossalmente opposti, legati alle caratteristiche fisiche e psicologiche dell'individuo, alla quantità e al tempo di assunzione e a molti altri fattori.
Esperire questi effetti comporta il coinvolgimento di complessi sistemi emozionali e cognitivi, la messa in gioco di bisogni, di paure, desideri, emozioni, cioè l'essenza stessa della persona nella sua soggettività. In questo modo l'alcol entra gradualmente proprio nella dimensione soggettiva della persona per confrontarsi e amalgamarsi con i sistemi di "valori" dell'individuo, a produrre nuove e diverse valutazioni della realtà interna ed esterna e a dare conseguentemente origine a nuove percezioni e modalità operative. Le modificazioni biologiche, cognitive ed emotive diventeranno gradualmente ed impercettibilmente un patrimonio personale del soggetto e la sostanza non avrà più una connotazione neutrale ma, a seconda dell'effetto che indurrà, si connoterà di segno positivo o negativo, sarà "l'amico" che facilita i rapporti con la realtà o il "nemico" che produce sofferenza e dal quale guardarsi. Da qui l'aspetto operativo del funzionamento mentale darà origine a comportamenti diversi ed economicamente funzionali, che saranno di uso e di facilitazione nel primo caso, di evitamento nel secondo, con produzione di "stili di vita" molto diversi.

Ma le immagini dell'alcol, che abbiamo visto crearsi nell'individuo, non restano confinate in questo ambito, infatti la natura comunicazionale dell'essere umano porta inevitabilmente alla trasmissione di segnali e di esperienze all'interno del gruppo per cui emozioni, idee, credenze, connesse all'uso di alcol verranno scambievolmente comunicate, confrontate e "negoziate" fino alla costruzione di immagini, concetti e significati condivisi.
Vedremo così comparire anche nella cultura del gruppo immagini riguardanti effetti, situazioni, comportamenti, modalità d'uso dell'alcol, connotati anch'essi di segno positivo o negativo. Di conseguenza per gli effetti gradevoli e non dannosi l'alcol riceverà considerazione positiva fino all'idealizzazione ed il suo uso verrà quindi tollerato e incoraggiato. La letteratura, l'arte, la religione ci forniscono una quantità di esempi di come l'alcol può essere considerato un "valore" e caricato di significati simbolici. Tuttavia la "cultura dell'alcol" non ignora gli aspetti negativi derivanti dal suo uso. Non mancano infatti le immagini relative agli effetti dannosi della sostanza dove il bevitore compare come "l'alcolizzato", "l'ubriacone", "il violento", "l'inaffidabile", e dove l'uso, ritenuto pertanto rischioso, è rigidamente controllato da norme etiche e prescrizioni comportamentali.
Questo significa che nell'ambito della "cultura dell'alcol" c'è la consapevolezza degli effetti diversi indotti, ma c'è una diversa considerazione delle conseguenze. Quelle positive vengono senz'altro privilegiate, mentre quelle negative sono messe in secondo piano, ignorate, minimizzate oppure, se proprio sono molto evidenti, trattate con atteggiamenti di condanna morale e con rifiuto.
Gli effetti patologici, vengono attribuiti esclusivamente alla carenza del singolo individuo, dando implicitamente per scontato che ogni soggetto debba essere in grado, sempre e comunque, di gestire i vantaggi prodotti da una sostanza psicoattiva. Non sembra essere previsto che possano esserci soggetti con difficoltà (biologiche, psicologiche o sociali), di natura costituzionale o transitoria, per i quali la gestione della sostanza può diventare problematica fino a creare quella condizione patologica che è la "Dipendenza". Credo che questo sia un punto focale sul quale vale la pena soffermarsi se vogliamo capire meglio le dinamiche sottostanti all'intricato rapporto che si stabilisce fra alcol e individuo. È infatti facilmente intuibile che una sostanza psicoattiva venga usata proprio perché può fornire "vantaggi", e appagare quelle che in termini psicoanalitici possiamo definire esigenze pulsionali che sono quelle spinte istintuali dirette verso un oggetto e che si traducono in modalità operative variamente complesse in rapporto ai sistemi psichici che ne permettono la realizzazione concreta.
E noi sappiamo, anche grazie allo specifico contributo portato dalla Psicoanalisi in questo campo, che l'organizzazione del mondo pulsionale non è qualcosa che avviene una volta per sempre, ma è un processo dinamico che si sviluppa parallelamente alla evoluzione maturativa dell'individuo e si realizza attraverso la formazione di sistemi psichici sempre più complessi che servono a mediare il rapporto, spesso conflittuale, fra le richieste pulsionali e le esigenze della realtà. I primi sistemi che l'individuo utilizza per gestire le sue pulsioni sono ovviamente i più semplici, prevedono strategie di gratificazione immediata e indifferibile, con scarsa considerazione del contesto e destinati a rispondere solo ai bisogni adattivi precoci, tanto che se, in via del tutto ipotetica, dovessero essere i soli sistemi a restare operativi anche nella vita adulta, sarebbero gravemente inadeguati e disfunzionali e creerebbero seri problemi di sopravvivenza. È per questo che al bambino viene fornito dagli adulti (famiglia e società più allargata), attraverso un lungo iter formativo, un bagaglio di insegnamenti e di esperienze che gli permetterà di formare sistemi psichici sempre più adeguati a gestire le esigenze pulsionali in rapporto ai nuovi compiti vitali, consentendogli così maggiori chances per l'adattamento e la sopravvivenza. Anche l'organizzazione della vita sociale ha sempre tenuto nella massima considerazione la funzione educativa e normativa, proprio perché si è sempre resa ben conto di come sia importante incanalare entro binari sicuri il mondo pulsionale degli individui sia per quanto riguarda le pulsioni aggressive che quelle erotiche. Come abbiamo già detto, l'adattamento vitale dell'adulto sarebbe problematico se basato esclusivamente su sistemi primitivi a tipo pulsione-scarica e la stessa vita sociale non sarebbe possibile al di fuori di quei sistemi a più complessa elaborazione che si rendono concretamente operativi, ad esempio, con la creazione delle "regole", che possono apparire ai singoli come limitazioni penose ma che hanno il vantaggio di essere funzionali per il gruppo e per di più condivise. Religioni, filosofie e strutture sociali diverse hanno sempre maneggiato con cautela tutto quanto è connesso alla gratificazione pulsionale (vedi ad esempio quanto è connesso al denaro, al sesso, all'aggressività e, appunto, alle sostanze psicoattive), regolamentandone comportamenti e modalità d'uso attraverso complessi sistemi di controllo o di ritualizzazione.

A questo punto si aprono vari e stimolanti interrogativi ai quali non è possibile dare risposte immediate ed univoche, ed ai quali varie discipline si dedicano per approfondirne la conoscenza. Ci chiediamo, ad esempio, come provvede al presente la nostra "cultura" a considerare e gestire la gratificazione pulsionale? E quali sono gli strumenti gestionali che vengono utilizzati? Da più parti si levano sempre più spesso voci allarmate che mettono in guardia sul fatto che stiamo già da tempo assistendo ad un progressivo sgretolamento del vecchio patrimonio di regole e valori e che la gratificazione ha assunto un suo valore intrinseco come obiettivo esistenziale e non più come mezzo di rinforzo al raggiungimento di obiettivi differiti e più nobili, sotto la notevole spinta di un sistema economico che utilizza la gratificazione come forte incentivo a vendere prodotti e beni materiali. Non è certo possibile ignorare queste osservazioni ma, d'altra parte, non so se sia possibile affermare tout court che non ci sono più regole e limiti: le regole cambiano perché le stesse esigenze pulsionali si modificano nella loro espressione col variare delle possibilità adattive e così anche i limiti cambiano di conseguenza. Ma se il limite può cambiare non può scomparire, giacché è il concetto-base che regola il rapporto con la realtà, esso sarà sempre imposto dalla stessa realtà che non mancherà di farlo rispettare, anche drammaticamente, quando verrà superato. Forse più prudentemente potremmo sostenere che i limiti attuali potrebbero essere diversi rispetto al passato e che l'attuale organizzazione sociale può permettersi maggiori possibilità di gratificazione, gestendone le conseguenze con meccanismi difensivi tipici del nostro tempo. Certo lo scotto da pagare è alto in termini di modificazione e meccanizzazione dei rapporti umani, di esasperazione dei processi psichici primari (narcisismo) ed altro ancora, ma ogni cosa, lo sappiamo, ha il suo prezzo e forse continueremo a pagare il nostro finché i benefici che ricaviamo li riterremo superiori ai danni che ce ne derivano. È, in fondo, lo stesso conflitto che deve prima o poi affrontare chi fa uso patologico di alcol: solo quando i danni saranno insostenibili e comunque superiori ai benefici si verificherà la spinta al cambiamento.

Preferirei concludere questo mio intervento non tanto offrendo soluzioni quanto piuttosto soffermandomi sui dubbi e sugli interrogativi emersi, giacché vediamo che, se appena la nostra attenzione di clinici solleva lo sguardo al di sopra dei singoli casi umani e si rivolge a considerazioni un po' più ampie, è inevitabile imbattersi in problematiche così vaste che trascendono il singolo e che finiscono per chiamare in causa i grandi problemi esistenziali che caratterizzano il rapporto di ogni essere umano con la realtà e con la vita stessa.
Ed è qui che voglio fermarmi per lasciare alle considerazioni del filosofo ciò che il clinico ha condotto al limite della sua competenza.

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