La testimonianza dei familiari di alcolisti, ora in sobrietà: Antonio

Io, Gabriella e l'alcol a 200 giorni dalla rinascita.

Caro Amico, quello che segue è il mio vissuto con l'alcol, non è una storia inventata e non è stato facile scriverla per le molte emozioni rivissute dal rievocare tanti ricordi. E' la descrizione di vari anni di convivenza con l'alcol, scritta al meglio che potevo, con lo scopo di aiutarti a non rifare i miei stessi errori e, anche se è un po' lunga da leggere, spero ti aiuti a capire che dall'alcol se ne può uscire.
Mi chiamo Antonio, ho 47 anni, sono nato in Basilicata , vivo a Torino dall'età di 15 anni, dal 3/3/1985 sono sposato con Gabriella, che ha la mia stessa età e da 12 ÷ 13 anni convivo con l'alcol, nel senso che io sono sempre stato astemio e lei ha sempre bevuto fino a 200 giorni fa!!! Può sembrare strano che una persona astemia come me, scriva di alcolismo, ma desidero raccontarti lo stesso la mia esperienza, perché, se in qualche modo ti ci ritrovi, possa esserti di aiuto a non sentirti solo e sfiduciato.
Fin dai primi tempi in cui uscivamo insieme, Gabriella ha sempre fatto uso di aperitivi, amari, digestivi, oltre a bere vino a tavola e quando io le dicevo che esagerava non ero mai considerato, perché ero astemio e sia lei che tanti altri mi dicevano che non sapevo cosa mi perdevo, che mi privavo di un piacere della vita e pertanto non ero "titolato" per richiamare alla moderazione coloro che bevevano; del resto sia nella mia famiglia che nella sua ad ogni "occasione di festa" c'era sempre qualche bottiglia da aprire ed io da astemio passavo sempre come la persona asociale, che non sapeva stare in compagnia con gli altri!!!.
Dopo i primi due o tre anni che eravamo sposati mi ero accorto che tra noi c'era qualcosa che non andava, perché a volte bastava un niente per farla scoppiare a piangere, altre volte non aveva voglia di fare nulla, altre volte mi faceva scenate di gelosia e discorsi insensati, altre volte trovava scuse incredibili per non rispettare appuntamenti, per disdire impegni presi con amici. Quando di questi comportamenti strani ne parlavo in famiglia, soprattutto con i suoi parenti, tutti mi facevano notare le difficoltà che lei affrontava in quel momento e nessuno di loro prendeva in seria considerazione quel che io dicevo e tanto meno pensava ad una minima associazione tra i suoi comportamenti e l'abuso di alcol. E così per altri due anni, fintanto che è durato il periodo delle sue cure dentistiche, io e lei siamo andati avanti con litigi più o meno frequenti e con la più assoluta incomprensione da parte di tutti i nostri familiari che continuavano a non vedere l'alcol come un problema; soprattutto i suoi parenti, che continuavano a farmi i complimenti per il fatto che, finalmente, lei si era decisa a sistemarsi i denti, cosa che in tanti anni (… noi ci siamo sposati all'età di 30 anni!!!) loro non erano riusciti a farle fare. Terminato il periodo del dentista c'è stato quello della gravidanza, con la nascita di Cristina a sette mesi e mezzo di gestazione e con tutti i problemi legati alla gravidanza, definita "a rischio" per la sua età avanzata (…Gabriella all'epoca aveva 34 anni !!), al suo sovrappeso, ai controlli medici pianificati e non fatti, al fumo che aveva solo ridotto e non eliminato, alla dieta che seguiva approssimativamente. E quando è nata Cristina, un po' perché era nata prematura, un po' perché era sottopeso per le sole 30 settimane di gestazione, c'è stato un periodo di due mesi in cui l'alcol, pur sempre presente nella nostra vita, non aveva una grande importanza, dato che le nostre attenzioni erano rivolte ai progressi della salute di Cristina, alla sua permanenza nel reparto neonatale dell'ospedale e ai continui andirivieni giornalieri per portarle il latte, che Gabriella raccoglieva dal suo seno con un tiralatte. Quando finalmente Cristina è venuta a casa, l'alcol era ancora presente nella nostra vita, ma io ero attorniato da tutti i parenti che si prodigavano in mille attenzioni verso Cristina, facilitandomi la vita in tutti i modi. In quel periodo tra me e Gabriella c'erano sempre dei litigi, soprattutto alla sera, per cose che lei doveva fare e che non faceva e tutte le volte che Gabriella era fisicamente in casa, ma con la "testa altrove" - perché dormiva o era "imbambolata" dicendo di sentirsi stanca - c'ero io che facevo da mamma a Cristina, cambiandole il pannolino, dandole da mangiare, alzandomi la notte quando piangeva.
Per altri tre mesi siamo andati avanti così: di giorno con qualche parente in casa che faceva compagnia a Gabriella e di sera c'ero io che controllavo la situazione. Poi qualcuno da lassù deve averci visto e deve aver pensato a come io e Gabriella saremmo andati avanti, forse questa cosa non gli è piaciuta o forse per evitare altre sofferenze alla piccola Cristina deve aver deciso che noi NON ci meritavamo di avere quella bimba così carina e all'età di 5 mesi, quando ormai per me lei era una presenza assodata che mi faceva passare sopra a tante cose storte, Cristina ci ha lasciati, colpita dalla S.I.D.S. (quello che generalmente chiamano "morte in culla" o "morti bianche"!!).
Dopo la sua morte ho cercato dappertutto delle giustificazioni che non ho trovato e con Gabriella abbiamo conosciuto altre persone come noi; siccome all'epoca (…eravamo nel 1989 !!) anche nell'ambiente scientifico, di questa sindrome non si sapeva molto, non abbiamo potuto far altro che finanziare una borsa di studio (presso la facoltà di medicina dell'Università di Milano) per una tesi di laurea su questo argomento. Di tante possibili cause, nessuno ha mai messo in relazione questo evento con il bere di Gabriella ed anch'io ho fatto di tutto affinché lei non si sentisse in colpa per questo, ma da allora la nostra situazione è peggiorata e l'alcol ha preso un posto preponderante nella nostra vita, tanto che anche i suoi familiari si sono convinti del problema.
Dopo due anni dalla scomparsa di Cristina, su mia insistenza, abbiamo acquistato una casa rurale da ristrutturare con del terreno, per cercare di allontanare il "passato" che spesso diventava "presente", ma, ad eccezione delle prime volte in cui anche lei veniva con me, molto spesso succedeva che io e lei passavamo i fine settimana separati: io in campagna a lavorare, aiutato da mio padre e da mio fratello e lei a casa da sola. E così, mentre io rimpiazzavo la grande perdita di Cristina con la passione per la campagna, il problema del bere di Gabriella aumentava alimentato dai ricordi di Cristina. Tra i tanti tentativi per farla smettere di bere, abbiamo cambiato casa con la scusa di avere una stanza in più e con la mia speranza di allontanare da lei i ricordi che associavano quella casa ai momenti belli passati con Cristina. Anche questo tentativo teso a portarla più spesso in campagna con me non è approdato a nulla e nel mentre sono passati altri cinque-sei anni in cui io mi dedicavo sempre di più al lavoro e alla campagna e lei sempre di più al lavoro e al bere. Inevitabilmente i problemi sono aumentati!!!
Quando c'era la necessità di prendere una decisione importante, tra noi non era possibile una discussione costruttiva, perché quasi sempre si finiva in litigio con offese reciproche. Le scelte non erano mai fatte di comune accordo, bensì solo da me, con tutto ciò che ne seguiva, sia per la responsabilità delle decisioni che ricadevano sempre su di me, sia per la mancanza di un confronto dialettico dal quale capire gli aspetti positivi e negativi della scelta stessa; per avere un parere critico, dovevo parlare con altre persone (magari parenti, magari amici) di argomenti personali che dovevano essere discussi tra di noi.
Se confrontavo il nostro modo di vita con quello degli altri, aldilà delle possibilità economiche, era stridente il contrasto tra il nostro entusiasmo e il loro. Noi ci eravamo progressivamente isolati dal resto del mondo e vivevamo nella nostra routine quotidiana; ma questo non sarebbe stato un problema se avessimo avuto entrambi la stessa voglia di vivere, la stessa curiosità delle cose, la stessa grinta nell'affrontare la vita. Oltre agli impegni del mio lavoro in ufficio io mi interessavo di mille altre cose e non avevo il tempo per pensare ad altro, per autodeprimermi e demoralizzarmi al punto da non avere il coraggio di vivere. Gabriella oltre al lavoro non aveva altri hobby e se non le avessi imposto di occuparsi della spesa, della casa, della cucina, tutte cose che faceva con poco entusiasmo, avrebbe passato le sue giornate tra l'ufficio e il televisore. Non riuscivo a capire cosa le piaceva veramente e dopo aver cercato inutilmente di coinvolgerla nei miei interessi, perché in quel che facevo lei vedeva solo i lati negativi, siccome eravamo pur sempre una coppia, tutte le volte che bisognava far qualcosa o andare da qualche parte insieme, prima si litigava e poi con molte imposizioni, ricatti e compromessi si cercava di farlo; ma il tutto era fatto senza entusiasmo e ogni pietruzza diventava un macigno e così molte volte, per il quieto vivere, subentrava la rinuncia nel fare le cose. Così facendo non avevo più la grinta necessaria per la competizione con gli altri, avevo una sorta di rassegnazione, avevo un senso di inferiorità verso gli altri e potevo solo gioire per la stasi della mia situazione.
Da un certo punto di vista era molto comodo poter fare e disfare senza essere minimamente contrariato, ma non potevo condividere nulla con lei, non ero capito da lei, non avevo la sua partecipazione e mi sentivo solo; e, sapendomi solo, molte volte non avevo l'entusiasmo nel fare le cose, mi lasciavo prendere dalla paura e mi scoraggiavo.
Non vedevo il minimo sforzo da parte sua di risolvere il problema del bere, anzi lei cercava di nascondermelo in tutti i modi ed io diventavo sempre più irascibile con me stesso e con tutti gli altri. Ancora di più quando pensavo che non avendo figli e non dovendo sottostare a tutti gli obblighi di educazione, di scuola, di tutela della loro salute, di orari nel mangiare, nel dormire, avevamo nella vita delle potenzialità enormi di fare, di andare, di tentare, di rischiare e il non poter far nulla per quello stramaledetto problema del bere, mi rendeva insonne!!!
Perdurando quella situazione di convivenza "pesante" molte volte ho pensato alle ragioni che mi facevano stare ancora insieme a Gabriella, molte volte mi sono chiesto perché non me ne andavo per la mia strada, molte volte mi sono chiesto se era Cristina da lassù a farci stare ancora insieme. A prima vista bastava una separazione per risolvere tutti i problemi, ma per me quella soluzione non era praticabile fino al giorno in cui saremmo usciti dal problema e lo avessimo deciso veramente di comune accordo. In quei momenti la separazione era comunque solo una mia scelta, diversamente da quando il nostro rapporto era cominciato, in cui era stata una scelta comune e trovavo ingiusto dire a me stesso che il problema era suo ed io me ne andavo perché non ce la facevo a sopportarlo. Per me equivaleva a fuggire davanti ad uno ostacolo invece di usare l'intelligenza e superarlo. Nei suoi momenti di sobrietà la vita con lei ritornava improvvisamente piacevole a dimostrazione che la scelta fatta inizialmente non era sbagliata. Mi ero convinto che l'alcol era un problema di tutti e due e che in qualche maniera dovevamo venirne fuori.
Ci sono stati tanti tentativi per uscire dal problema e, vivendo in una città con una buona struttura sanitaria, con l'aiuto dei suoi familiari, abbiamo contattato vari psichiatri e psicologi nel tentativo di trovare la chiave per convincere Gabriella a smettere di bere. Ogni volta che con imposizioni, sotterfugi, ricatti, minacce di lasciarla, andavamo da uno di questi specialisti, Gabriella con lui era molto convincente e in quel momento mi prometteva che avrebbe smesso di bere, ma dopo un po' si ricominciava con le menzogne sul "quando" e sul "quanto" aveva bevuto e riprendevano i litigi. In quel periodo ci sono stati anche parecchi ricoveri ospedalieri per disintossicare il suo organismo dall'alcol, ma sempre senza risultati. Siamo stati prima all'ospedale Mauriziano di Torino per 15 giorni, poi alla clinica "Villa Turina" di San Maurizio Canavese per altri 45 giorni, poi di nuovo al Mauriziano per altri 10 giorni, poi all'ospedale Valdese per un'altra settimana e poi di nuovo all'ospedale Mauriziano per una settimana ancora. Di tutti questi ricoveri solo la prima volta avevamo avuto un qualche risultato e, con la guida del dott. Aricò, un gastroenterologo esperto in alcologia, avevamo raggiunto i 30 giorni di astinenza; tutte le altre volte, nel giro di una-due settimane da quando era tornata a casa, tutto era tornato come prima. In quel periodo su consiglio del dott. Aricò avevamo cominciato a frequentare le riunioni settimanali del CAT (un gruppo di persone che si aiutano a vicenda, dove, con la guida di un operatore, si discute dei propri problemi alcologici). A queste riunioni Gabriella veniva con me fintanto che non c'erano riscontri agli impegni presi in quella sede, ma quando le veniva chiesto una giustificazione a certe sue omissioni, la spiegazione del perché non avesse fatto quello che aveva promesso la volta prima, lei si sentiva "presa di mira", si offendeva, pensava che tutti gli altri ce l'avessero con lei e per un po' di volte non veniva più. Io continuavo ad andarci lo stesso, perché la comprensione degli altri mi aiutava ad andare avanti, la loro solidarietà mi aiutava a non chiedermi più perché il Padre Eterno ce l'avesse tanto con me, quale colpa dovevo mai scontare per vivere con un'alcolista e tante altre cose simili che mi tenevano sveglio la notte. Gabriella non faceva nulla per cambiare il suo stile di vita e gli amici del CAT mi dicevano che la nostra vita era come un mucchio di pietre e che bastava smuoverne una per mettere in movimento tutte le altre. E così ho cercato di cambiare il mio modo di fare: ho smesso di controllare dove e quanto beveva, di guardare nei cassetti del comodino, tra la biancheria dell'armadio, nella sua borsa e in tanti altri posti impensati alla ricerca di bottiglie, ho cominciato a considerare il problema dell'alcol con distacco e a pensare un po' di più a me stesso. Ma io le volevo bene e mi bastava un giorno o due di astinenza da parte sua perché desistessi dal mettere in atto tutti i propositi e le minacce a lei dirette, per convincerla a ritornare al CAT, per convincerla ad affrontare un altro periodo di ricovero, compresa la minaccia di lasciarla, che era l'unica con la quale ottenevo un risultato ma che, oltre le parole, non aveva mai avuto nessun seguito pratico. Io mi lasciavo prendere dalle mie molteplici attività, lei si sentiva libera di fare quello che voleva e dopo un po' si ricominciava con i litigi.
Siamo andati avanti così fino allo scorso anno, quando dopo l'ultimo ricovero al Mauriziano il dott. Aricò ci ha detto che ormai avevamo imboccato una strada senza ritorno. Gabriella oltre ai danni epatici (le analisi del sangue avevano evidenziato dei valori stratosferici per tutti i parametri epatici: solo le gammaGT erano arrivate a 1920!!!). Aveva anche danni cerebrali ed una TAC aveva evidenziato dei chiari segni di "danni da alcol" (la diagnosi era: inizio di "atrofia cerebrale", o per dirla con le parole di Aricò: "…lei si stava bevendo il cervello!!!"). Lo scorso anno, dopo aver parlato molte volte con il dott. Aricò e con molti amici del CAT, ho avuto modo di riflettere sulla qualità della mia vita con Gabriella e sulle prospettive del mio futuro con lei. Continuando a bere in quel modo, in un arco di tempo di sei mesi, lei si sarebbe ridotta ad una larva umana, non sarebbe più stata autosufficiente, non sarebbe stata più in grado di camminare da sola, di lavarsi da sola, di mangiare da sola. Lei sarebbe stata incapace di badare a se stessa nelle minime cose e siccome, conoscendomi e continuando a volerle bene, non sarei stato capace di relegarla da qualche parte, chiudendo la porta e buttando via la chiave, come si vede fare nei film, la mia prospettiva futura era quella di accudirla da infermiere per il resto della vita e non più di essere suo marito!!
Allora e solo allora ho preso seriamente in considerazione l'ipotesi di una nostra separazione !!
Mi sono reso conto che in questo modo le avrei dato l'ultima opportunità di prendere in mano la sua vita per scegliere se risollevarsi o se precipitare sempre di più nel baratro dell'alcol. Mi sono reso conto che in questo modo lei avrebbe fatto finalmente una scelta, che io avevo solo 46 anni e che in teoria potevo ancora ricostruirmi una vita. Mi sono consigliato con un legale ed ho cominciato ad entrare nell'idea di una vita diversa. Nel mentre il dott. Aricò, dopo aver parlato con lei per l'ennesima volta, mi accennò alla possibilità di un altro ricovero nella casa di cura "Le Betulle" (una clinica privata specializzata in alcologia, dove altre persone avevano avuto dei buoni risultati), mi disse dei costi giornalieri di questa struttura e che forse valeva ancora la pena di fare un ultimo tentativo, nonostante Gabriella non avesse la minima intenzione di andarci. Inizialmente io ero contrario a questo ulteriore ricovero, sia perché economicamente io e Gabriella non riuscivamo ad affrontare la spesa necessaria, sia perché ritenevo di aver fatto e tentato di tutto per farla uscire dall'alcol e mi ero convinto che qualsiasi altra cosa io avessi ancora fatto senza il suo consenso, senza la sua volontà, NON avrebbe dato alcun risultato. Avevo l'esperienza degli altri ricoveri precedenti e mi terrorizzava l'idea di un altro insuccesso, che questa volta sarebbe stato "a caro prezzo". Il dott. Aricò ne parlò anche ai familiari di Gabriella e un po' perché tutti loro si dissero disposti ad aiutarci economicamente, un po' perché le volevo ancora bene, un po' perché, oggettivamente, in quel periodo Gabriella non era più in grado di prendere nessuna decisione autonomamente, accettai l'idea di andare a sentire le proposte del dott. Sforza. Questo succedeva la scorsa estate e a settembre dello scorso anno ho accompagnato Gabriella alla casa di cura "Le Betulle" !!!. Da allora Gabriella ha smesso di bere e non so ancora se a questa sua decisione ha contribuito la mia profonda convinzione di lasciarla o se l'équipe delle "Betulle" le ha aperto gli occhi. Di fatto lei ha preso l'ultimo treno che aveva a disposizione ed oggi sono ben contento di quella decisione.
Adesso per Gabriella ogni giorno che passa è una nuova conquista. E' ritornata al suo lavoro, ha riacquistato la sua dialettica, è di nuovo la ragazza spiritosa e simpatica che mi ricordavo di aver sposato, si fa benvolere da tutti, cura la sua persona e, senza più quelle scenate di gelosia, senza più quelle assurde bugie di prima, i nostri litigi di allora sono un lontano ricordo. Ogni giorno che passa mi accorgo sempre di più delle sue eccezionali doti di sensibilità nel capire gli altri. Gabriella sembra grata alla vita per il semplice fatto di viverla. Dice di essere una bambina ed è commovente come si sente rinata dal momento in cui ha smesso di bere. Fa tenerezza come si senta "nuova", come voglia ritrovare il tempo perduto. Lei si vuole di nuovo bene; e non potete credere come è un alcolista che si ricupera!!
Certo siamo ancora ben lungi dall'essere una coppia perfetta e a volte alziamo la voce, pur se per ben altri motivi. Succede che io senza accorgermene mi comporti come quando lei beveva, non dandogli lo spazio che lei vorrebbe avere e questo la infastidisce. A volte tornando a casa, se la trovo sul divano a riposarsi, non posso fare a meno di pensare al passato; subito mi assale il dubbio, ma, appena la saluto e le parlo, mi passa tutto. Così pure quando accusa malesseri vari, dal mal di testa a dolori vari alle mani, alle giunture, al collo, o quando mangia poco, mi torna il sospetto su quello che avrebbe potuto fare, ma poi lei mi spiega le cose con una miriade di dettagli e particolari che non posso non crederle.
Ho ancora tanta strada da fare !!! Il mio cambiamento è più lento del suo ricupero e lei lo sa!!!. Sono io che a volte me lo dimentico e anche se oggi ho diradato molto gli impegni per starle più vicino, ho ancora molto da imparare dal modo in cui Gabriella si giudica senza giustificarsi, dal come lei ha abbandonato l'orgoglio e la suscettibilità. Gli amici del CAT mi dicono che è ancora presto, che devono passare degli anni per cambiare certi atteggiamenti. Io spero proprio di riuscirci e, con i loro utili consigli, piano piano anche la mia tensione sparirà. In futuro vorrei riuscire a considerare l'idea di una sua possibile ricaduta come un qualcosa di normale, come ad una radice sporgente dal sentiero in cui ci si può inciampare, senza pensare, come ora, ad un qualcosa di sconvolgente, di terribile, di disastroso. So che per l'alcolismo non ci sono pillole o cure miracolose e anche se l'alcol è una "brutta bestia", che alla lunga ti uccide, ho capito che quello che funziona veramente è l'affetto della persona che ci vive a fianco; oggi penso che gli alcolisti sono persone molto fragili e nello stesso tempo spontanee come i bambini e, forse per questo, loro più di altri, hanno bisogno di affetto.
Ho capito che, per certi aspetti, sono persone al di sopra del comune e mi rammarica profondamente quando uno di loro butta all'aria le incredibili qualità che possiede. In questo momento, per me, il confronto continuo con Gabriella e con molti altri amici alcolisti che ho conosciuto, è uno stimolo ad accettare i miei limiti per migliorare me stesso e le mie capacità di relazione con gli altri. Io guardo ad ognuno di loro come ad una persona a cui fare riferimento, per le molte cose che ho ancora da imparare.
Caro Amico, come ti dicevo all'inizio, questo è il mio vissuto con l'alcol e, se dopo aver letto tutto questo, hai riacquistato un minimo di fiducia in te stesso, lo sforzo che ho fatto per scriverlo non sarà stato inutile. Diversamente, se ti ho annoiato o, peggio ancora, se ti senti offeso per aver io abusato del tuo tempo, non volermene. Non era nelle mie intenzioni.
Antonio

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