Gli alcolisti in sobrietà si raccontano: Grazia

Ricordo la mia esperienza (4/3/2002)

Dopo aver ripensato e ricostruito dei ricordi, ripercorro a ritroso nel tempo esperienze di vita dolorose. Non mi sento più protagonista ma spettatore di un film dell'orrore.

Mi chiedo come ho potuto portare avanti un periodo di alcolismo durato più di 25 anni, iniziato già pieno di alibi, insicurezza, necessità di disinibizione, credere che fosse giusto apparire alla gente come in realtà non ero, ma come io credevo che la gente mi volesse. Poco alla volta l'alcol mi ha presa totalmente e si è consolidato sul mio volto, dando forma a quella maschera che tutti abbiamo portato e faticosamente riusciamo a toglierci. È interminabile l'elenco degli alibi, oggi li chiamo così, allora erano per me grosse realtà, che mi hanno portata al crollo, ma per fortuna è nata anche l'umiltà di chiedere aiuto.

Grossi problemi familiari nella mia famiglia d'origine, l'abbandono da parte di mio marito, droghe per mio figlio, così, sola, ho degenerato. Oggi penso che involontariamente io ho avuto un ruolo determinante nel causarmi tanto dolore e procurarlo ai miei. La depressione causata dall'alcol era un macigno, il desiderio di suicidio mi accompagnava in ogni momento, ma quando ho visto la mia lingua nera lo spirito di sopravvivenza si é risvegliato.

Finalmente chiedo aiuto ad un medico, che comprende; ecco il ricovero alle Betulle, ancora senza capire molto di ciò che sto per iniziare a fare, avverto però che c'è la salvezza. Questa mia prima impressione la colgo nel momento in cui mi dicono che ci sono poche regole, inizialmente, da rispettare; avevo finalmente una traccia. Rispettare anche solo l'orario dell'inizio dei gruppi, tutti i giorni e non fumare in camera era per me un grosso passo avanti nel riabbracciare il sociale, stare in mezzo alla gente.
Ma nel gruppo di terapia non ci sapevo ancora stare, non sapevo ascoltare, e spesso mi trovavo a parlare a ruota libera, facendo discorsi (si fa per dire) senza né capo né coda. Quanta pazienza devono aver portato i compagni e i terapeuti, che spesso mi riprendevano e m'invitavano al silenzio. Ma io, troppo presa dall'impulso, non mi frenavo. Mentre i giorni passavano tra un esame clinico ed un po' di fisioterapia e vitamine in quantità industriale, riacquistavo stabilità ed un uso sicuro delle gambe. Le scale non mi spaventavano più, i sorrisi di tutta l'équipe delle Betulle e qualche battuta del tipo "vede che ce la fa" mi davano forza, anche per superare lunghi momenti di tristezza legati ad un pianto che non finiva mai.
C'è voluto quasi un anno per trovare il primo pezzo del puzzle, che allora mai avrei creduto di poter costruire, poco alla volta, ricordando, giorno dopo giorno, che non potevo più pretendere tutto e subito. Ritengo di essere stata fortunata ad aver trovato compagni meravigliosi, che con le loro esperienze mi aiutavano a superare le mie difficoltà e farmi capire che i miei dispiaceri non erano più grandi dei loro, ma solo dispiaceri e che tutto si deve affrontare lucidamente, e accettare se non lo si può cambiare.
La forza di continuare la trovavo nei gruppi, nell'esempio di vita che vedevo nelle persone che già avevano fatto un po' di strada. Loro ce la facevano, ed io li rincorrevo, e così dovrà sempre essere. Ricordo anche i compagni che non ce l'hanno fatta, ed in particolare quelli morti, le ricadute, le menzogne, le prepotenze, tutti gli esempli di complicità negativa che qualche volta si sono insinuati nel gruppo.

Ma da tutto questo ne ho tratto vantaggio, ho capito quanto sia facile cedere agli impulsi di ogni genere che poco alla volta logorano la ragione e vincono. Si conquista la conoscenza del bene solo con l'umiltà di accettare gli esempi positivi di chi ci circonda, senza chiederci chi ci è di esempio;
in questo non esistono strati sociali.

Spesso in questi anni mi sono chiesta come avrei potuto affrontare tutte le difficoltà che si sono presentate, curare da vicino un malato terminale, ma soprattutto seguire passo dopo passo tutte le trafile burocratiche, ricominciare da capo, con enorme pazienza, ogni volta che c'era un nuovo ricovero, in un nuovo reparto, con nuovi medici, e discutere di un nuovo tumore, e aggiornare tutti sulla situazione precedente del paziente. Ancora una volta il gruppo ha avuto un ruolo fondamentale, l'interessamento sulla salute del papà non mi faceva sentire sola, e l'idea di essere con i compagni il mercoledì mi dava la sensazione di evasione da un pesante quotidiano. L'appoggio della dottoressa Banfi, elegante, sorridente, paziente, pacata, ma ferma, ha colmato spesso quella sensazione, che ogni tanto avevo, di non capire bene quanto apprendevo dal gruppo. Ascoltando i suoi consigli ho capito che non si può ripartire da zero, ma da due sì; il passato fa parte di noi.

Così, giorno dopo giorno, sono arrivata fin qui. Qualcuno mi dice, scherzosamente, che sono dipendente da Betulle; forse un tantino è vero, e sto lavorando proprio per staccarmi da voi. Ma come si fa a non attaccarsi in tutti i modi a tutto ciò che ci porta bene? Che ci regala una vita serena, quando prima abbiamo rischiato di distruggere tutto ciò che amiamo? Comunque, come prevede la terapia, avrò un periodo di pausa e di riflessione che mi darà l'opportunità di capire se sarò pronta al distacco. State certi che se non sarà così, mi rivedrete pronta e determinata a rientrare in questa grande famiglia.

Grazia

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