Gli alcolisti in sobrietà si raccontano: Guido

Il primo giorno di primavera e
il terzo compleanno in sobrietà.

21 marzo 1999. Una data che ha segnato la svolta volontaria più importante della mia vita: era il primo giorno di ricovero nella clinica specializzata in problemi alcolcorrelati dove stavo vivendo le prime 24 ore senza alcol, con la mente sofferente e obnubilata dai farmaci contro le crisi di astinenza. Non mi rendevo ben conto di cosa stesse succedendo intorno a me, sballottato tra una visita e l'altra, tra prelievi ed esami strumentali (EEG, ECG, TAC, RMN, elettromiografia, ecografie addominali).
Sapevo soltanto che non ne potevo più di quella vita, trascinata in un quasi continuo stato di malessere e disagio psichico, tra un bicchiere di vino e quello successivo.

Mi ero sempre raccontato che la mia esistenza era normale, turbata forse da problemi di relazione e timidezze, problemi che tanti anni addietro mi ero illuso di dominare proprio con l'alcol: mi sentivo a disagio? E che problema c'era? Ingurgitavo un bel bicchiere di vino e tutto era risolto: dopo mi sentivo bene, a mio agio, perfettamente padrone della situazione, disinvolto, allegro, disinibito, chiacchierone, pronto a "reggere" le fila della compagnia di amici, a fare l'istrione quando i discorsi fra commensali languivano. E se un bicchiere non bastava, allora le cose funzionavano dopo due.
Che cosa mi poteva interessare se le mie paure di fondo si radicavano sempre più, nonostante mi recassi dall'analista tre volte alla settimana: sentivo una "lieve" discrepanza tra la volontà di curare i miei disagi di relazione e l'uso di alcol. Ma bastava bere prima di andare dall'analista e il problema era risolto. Mi si scioglieva la lingua e così potevo raccontare meglio i miei turbamenti. Ma stranamente l'analisi non procedeva come avrei voluto che accadesse. Avevo quasi la sensazione di essere derubato dei soldi della seduta: stavo lì tre quarti d'ora a parlare delle cose che non funzionavano, poi uscivo dallo studio e tutto riprendeva come prima, immutabile. Per la verità qualcosa cominciava a cambiare: aumentavano i disagi sul luogo di lavoro, dove peraltro mi accollavo una quantità enorme di lavoro, per non pensare ad altro; bevevo anche qualche bicchiere in più, a tavola, e talvolta mi facevo anche l'aperitivo così "carburavo" meglio.
Che dire dei disagi al lavoro: forse quel tipo di lavoro era inadatto per le mie capacità, sottosfruttate da un lavoro routinario e tutto sommato un po' noioso. Allora cambiavo lavoro: ne ho passati in rassegna tre in quattro anni. Non mi rendevo assolutamente conto che non era il lavoro che non funzionava, ma la mia testa e il mio bere. Già, le bevute aumentavano; anche il clima familiare si stava deteriorando, accusavo mia moglie di avere impoverito il nostro rapporto e invece mi stavo impoverendo io, mi stavo chiudendo nel mio guscio e frequentavo sempre meno gli amici. Stava diventando insopportabile frequentare altre persone, vedevo gli altri sereni e realizzati, padroni di loro stessi e delle loro vite, mentre io, al contrario, soffrivo sempre più, mi sentivo irrealizzato e svuotato: non mi stimavo e, nella mia testa, uscivo "perdente" dal confronto con chiunque altro. Ero preda della mia stessa autosvalutazione, mi sminuivo e pativo il confronto con gli altri, mi sentivo giudicato e la frase che si agitava dentro me era, più o meno: "vedi, lui (o lei) si è realizzato, ha un lavoro che lo soddisfa, parla con me perfettamente a suo agio mentre io giro a vuoto su me stesso, continuo a cambiare lavoro, sono a disagio, sono inconcludente e fondamentalmente infelice: sono uno sconfitto"; e allora bevevo, bevevo per superare il malessere e annullare i disagi.
Ma così facendo non mi accorgevo che il disagio e la disistima crescevano ed ero costretto ad aumentare le dosi ingurgitate per provare un minimo di sollievo. E quando l'alcol da solo, cosa che accadeva con sempre maggiore frequenza, non bastava a lenire l'agitazione incipiente, prendevo due, tre ansiolitici e ci ribevevo sopra: un bel cocktail esplosivo che provocava l'aumento della mia aggressività: trovavo qualunque pretesto per litigare con mia moglie, le mie parole erano violente e volutamente cattive, volevano ferire: erano espressione del tentativo di oltrepassare la sensazione di inadeguatezza, calpestando i sentimenti altrui e cercando di far sentire inadeguato chi mi circondava. E poi, quale migliore alibi di un litigio per poter bere di più?
Questa situazione è proseguita fino al punto in cui ho trovato insopportabile recarmi anche al lavoro: ed ecco allora la prima "fuga" sul Lago Maggiore, a ritemprarmi dal mio stato di stress, come asserivo io; a bere in totale libertà, come ho capito dopo. E infatti ero diventato completamente schiavo dell'alcol, avevo perso la libertà di astenermi dalla bottiglia: se non c'era vino in tavola diventavo aggressivo, litigavo, fino a quando, a costo di scendere in cantina, la mia voglia era soddisfatta. Mia moglie diceva che non riuscivo a stare senza la bottiglia: falso! Potevo smettere quando lo desideravo. Quante volte ho ripetuto questa menzogna: mi ingannavo e cercavo pateticamente di rassicurare gli altri. Avevano ragione! Ero diventato alcoldipendente, ma io me lo negavo. C'era sempre un buon motivo per il quale bevevo: perché ero contento o perché avevo litigato, per festeggiare o per lenire le sofferenze del vivere, per vincere l'ansia o per noia, per fare l'istrione a tavola o per vincere le mie inibizioni. Dicono che l'alcolismo è la malattia della negazione: penso sia una definizione quanto mai esatta, non credo di essermi mai autoingannato tanto quanto facevo quando si trattava di definire il mio rapporto con l'alcol.
Altre due fughe, nuova ripresa ed interruzione del lavoro, l'abisso degli attacchi di panico, mia moglie e mia figlia trascurate oltre il limite della decenza, dieci anni di analisi in frenata, lo specchio ed il sentimento di schifo misto a commiserazione, la diagnosi (solo, per fortuna) di steatosi epatica, il mio microcosmo ridotto al bicchiere ed a qualche sparuta comparsa in società per occasioni ufficiali (abbondantemente innaffiate) quali compleanni e Natale: ero stanco, mi ero cacciato in un vicolo cieco, ero diventato "asfittico", mi mancava l'aria della libertà e di un minimo di vivibilità, non parlavo di serenità, ma proprio di spazio vitale. Avevo proprio toccato il fondo.
Verso la metà di marzo annunciavo a mia moglie e all'analista:"il prossimo lunedì mi ricovero, voglio smettere di bere, ma da solo non ce la faccio, ho bisogno di aiuto". Devo dire che sono stato creduto più dalla mia psicoanalista che da mia moglie: aveva ragione, dopo tante promesse non mantenute del tipo "domani smetto" (un eterno domani che non si decideva a diventare "oggi"), riteneva si trattasse dell'ennesima menzogna. E invece, dopo l'ultima stupida rituale bevuta serale, eccomi finalmente in clinica.

Durante il ricovero, ai gruppi di terapia, i più anziani si presentavano dicendomi: "Ciao, mi chiamo Tizio e sono un alcolista". Un alcolista? Poverino, pensavo, io ho solo alzato un po' troppo il gomito per 15 anni, ma un alcolista poi... Mi ci sono volute due settimane di ascolto delle loro storie e del confronto con la mia per comprendere che alcolista non era una parolaccia, ma la denotazione della malattia dalla quale io e tutti gli altri componenti dei gruppi eravamo affetti: i "benpensanti", la "maggioranza silenziosa", quella che fa da sponda ai messaggi mediatici e rappresenta il barometro, lo specchio di come i cocchieri della società indirizzano la percezione di un determinato fenomeno sociale, ci definiscono beoni, ubriaconi, avvinazzati ed amano rimanere legati alla visione del barbone, del clochard aggrappato di sghembo al lampione con la fiasca nell'altra mano. Per loro l'alcolismo è un "vizio". La classe medica, i ricercatori, i politici (almeno quando parlano pubblicamente), gli addetti ai lavori, le menti aperte ci definiscono correttamente alcolisti, alcoldipendenti o etilisti e la nostra è una malattia progressiva, cronicizzante, ad esito letale (tale è anche la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità). Non mi sorprende più di tanto questo dualismo, viste le mie stesse difficoltà ad ammettere di essere un alcolista, pur essendo direttamente coinvolto dal problema: l'aura negativa, il marchio infamante che circondano il fenomeno è ancora radicato, seppure in progressiva diminuzione, dopo le campagne, ancora scarse per la verità, di informazione e di sensibilizzazione operate dalle associazioni coinvolte nello studio, prevenzione e terapia dell'alcoldipendenza.

Dopo oltre tre anni di astinenza, dopo tante 24 ore affrontate nell'oggi senza bere (non nel "domani" dell'alcolista attivo), il cambiamento è stato profondo ed è ancora in evoluzione. Mi sento semplicemente un'altra persona, sono libero di astenermi dall'alcol, ho ritrovato la mia famiglia, i progetti, la voglia di fare nel concreto (e non nei sogni), le vere emozioni. Il mio percorso terapeutico, nel gruppo e col gruppo, continua mentre la terapia individuale si è conclusa pochi mesi orsono: ho risolto tutti i miei problemi? Certamente no, ma oggi li affronto con mente lucida ricominciando là dove la presenza dell'alcol li aveva avvolti rendendone impossibile qualsiasi risoluzione. La paura paralizzante di non farcela senza l'alcol si è dissolta, ho compreso che si trattava di un fantasma alimentato dall'alcol stesso che cercava di perpetuare la propria presenza nella mia vita. Le mie antenne, le mie barriere psichiche e comportamentali nei confronti dell'alcol sono alte come e più dei primi giorni di astinenza. È domenica, mi chiamano a tavola mia moglie e mia figlia. Sono serene e ben disposte. E anche io lo sono.

Guido

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