La testimonianza dei familiari di alcolisti, ora in sobrietà:
Leonarda

Curarci per curare

Mi chiamo Leonarda, sono la moglie di un alcolista in trattamento e frequento il Gruppo Informativo e Motivazionale per i Familiari di alcolisti o farmaco-dipendenti (GIMOF) da circa due anni. Si tratta di un gruppo di familiari che fanno un percorso parallelo a quello dei pazienti, affinché vengano a conoscenza del problema e possano intraprendere una strada di evoluzione accanto ai loro congiunti. Il gruppo prevede una parte informativa che, attraverso la spiegazione del nostro terapeuta, dott. M. Vittadini, affronta il problema dal punto di vista tecnico; e una parte formativa che, mettendo a confronto le diverse esperienze, abitua il singolo a parlare della propria storia e ad esteriorizzare rabbie, paure, emozioni.
Il fatto che la dipendenza da alcol o da altre sostanze psicoattive sia una malattia è un concetto ampiamente spiegatoci e recepito, così come lo è il concetto che la malattia si diffonde nel tempo anche in coloro che convivono con gli stessi dipendenti. La dimostrazione di ciò è che la terapia del gruppo serve sia agli uni che agli altri: il nostro motto è infatti "curarci per curare".
Nel momento in cui viene compreso tutto questo, allora si incomincia a intravedere la possibilità di un cammino finalmente in comune tra l'alcolista e i familiari, lungo il quale ci si porge la mano, non certo per sprofondare nel buio, come è stato fino a quel momento, ma per risalire verso piccole conquiste, fatte giorno dopo giorno, che migliorano la qualità della vita, che solo ora è rispettata nel suo significato etimologico. E' un lungo e lento cammino che va affrontato con pazienza e serenità, non guardando mai troppo oltre il gradino che si sta salendo.
Nel corso di questo cammino quello che mi ha maggiormente stravolta è stato riacquistare la sensazione della dimensione della vita che dopo tanti anni di oscurità mi ha quasi soffocata per la troppa aria che respiravo: tornare a vivere in due, nel senso più pieno della parola, e non sentirsi più sola e isolata di fronte ad una montagna che sempre più sembrava insormontabile. Ho ritrovato il piacere di tornare a casa la sera dopo una giornata di lavoro e la positività dei fine settimana che ora rappresentano un'attesa e non un incubo. Con questo non voglio dire che sia tutto idilliaco. E' chiaro che ogni tanto si materializzano paure ed angosce, spesso ci sono problemi, ma ciò fa parte della vita; quello che è importante è avere la volontà di affrontarli e risolverli insieme in sobrietà.


Riflessioni

Sono passati circa 16 anni dalla prima volta che mio marito ed io abbiamo varcato la soglia delle "Betulle"; non certo perchè l'alcol si fosse affacciato solo allora alla nostra vita, ma perchè quello era il primo tentativo serio di prendere in mano il problema: almeno così pensavo io. E invece no; pochi mesi di astinenza e poi di nuovo il caos, spostando l'attenzione su quelli che, sì, erano veri problemi, ma contestualmente all'alcol, che invece veniva negato: incapacità di rapporti interpersonali, ansia, fobie, panico, psicosi. Anni di psicoanalisi, psicofarmaci, fughe, false giustificazioni, accuse, rinfacciamenti, violenze fisiche e verbali e... sempre... l'alcol: unico punto fermo della nostra vita o, almeno, di quello che restava della stessa fra crolli, disfacimenti, perdita di interessi, di relazioni, di entusiasmi, di voglia di andare avanti.

Mio marito spesso mi diceva che dovevo farmi curare, perchè non ero normale; forse aveva ragione, non nel senso che intendeva lui, ma, in una considerazione più ampia della situazione, chi accetta di vivere per così tanti anni in un ambiente così disturbato, di sicuro ha problemi che vanno seriamente affrontati: una persona "sana" sarebbe scappata molto prima, mettendo al sicuro anche la figlia. E invece eravamo sempre lì, a far finta di vivere, tanto che chi ci guardava dall'esterno arrivava perfino a considerarci una coppia serena ed imitabile, forse anche ad invidiarci un po'. Io, ogni tanto, quando non ce la facevo più, prendevo la macchina e andavo a passare la sera da un'altra parte, a volte per riprendere fiato, a volte col proposito di farla finita, quando tutta la situazione mi metteva davanti tutta la mia nullità. Così diceva Pavese: "Non ci si uccide per amore di una donna, ma perchè un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, inermità, nulla". È proprio così. Ma poi, ogni mattina, all'alba, tornavo a casa e tutto riprendeva come prima.

Che dire?! Ci si abitua al dolore, alla sofferenza, alla tragedia? No di certo! Però di sicuro alzi delle barriere e cerchi di allontanare tutto ciò che è razionale, tutto ciò che ti fa male, tutto ciò che non vuoi vedere; almeno fino a quando ci riesci, creandoti delle storture mentali e raccontandoti bugie perchè almeno trascorra un giorno dopo l'altro senza troppi scossoni o quanto meno cercando di pararli. Non ci sono più veri equilibri, ma piccoli aggiustamenti perchè le falle non si allarghino sempre di più.

Poi, un giorno, Guido decide di tornare alle "Betulle" perchè non può più andare avanti così; l'alcol non è più una gratificazione ormai da molto tempo, ma solo una prigione senza porte e senza finestre. Io considero la cosa come un'ennesima fuga, ma almeno così passerò dei giorni durante i quali non dovrò confrontarmi con l'alcol, anche se solo per poco. Non è così. Sono passati 4 anni e 192 giorni e l'alcol non è più entrato nella nostra vita.

Ora sappiamo molte cose, stiamo reimparando a vivere, cerchiamo di affrontare i problemi che sono pur sempre molti e di difficile risoluzione, in quanto insiti nel carattere e nel cervello. Disistima, difficoltà ad accettarsi per quello che si è, senza costruirsi la facciata dell'io ideale, difficoltà ad effettuare delle scelte, difficoltà a crescere nel senso più lato del termine.

Come ha operato in me il gruppo per i parenti degli alcolisti in trattamento che frequento da più di 4 anni? Mi ha permesso di parlare del problema della dipendenza, di capire che cosa è successo durante tutto il periodo attivo della malattia (quella che ora ho imparato a considerare malattia), restituendo in un certo modo un senso a 20 anni di sopravvivenza. So che i problemi ci sono e sono tanti, sono i miei, quelli di mio marito, quelli di mia figlia, ma so anche di non essere più sola ad affrontarli, né all'interno della famiglia, né all'esterno, dove ci sarà sempre qualcuno che mi sorreggerà nel caso dovessi vacillare. Ho dei punti di riferimento: è questo che mi permette di vivere più serenamente e sicura del fatto che ce la si può fare.

Quello che negli anni si è costituito è un gruppo di persone, amici, conoscenze, storie, vissuti, amore, sempre aperto e pronto ad accoglierti se ne hai bisogno, a sostenerti, a tenerti per mano, ma anche a scuoterti se è il caso. Ecco perchè sono più di 4 anni che io, ogni martedì alle 18, entro nella stanza 58 delle "Betulle". Può essere questa dipendenza? Non credo proprio; è sicurezza, voglia di dare e ricevere, possibilità di fermare qualcosa dentro che di sicuro non sbiadisce nel tempo, ma ti dà l'energia per andare avanti anche nei momenti meno limpidi che comunque attraversano la strada. È la percezione del modello di vita che decidi di seguire.

30/09/2003

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