Il
gruppo famigliare nelle varie fasi
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Approfondimento diagnostico
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Conoscere meglio il problema e quindi dovrà approfondire la conoscenza di quella famiglia raccogliendo dati sulle persone che la compongono, sulle dinamiche fra i membri, sui rapporti della famiglia con il sociale, sulla distribuzione dei ruoli al suo interno, sulla situazione economica, affettiva, e così via. |
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Conoscere meglio come i vari membri vivono il problema del loro congiunto, quali rapporti e quali legami affettivi hanno con lui, cosa si aspettano da lui e cosa da noi, quali nozioni hanno sul problema alcolismo. |
Una volta raccolti i dati occorrenti l'operatore potrà avere un
primo quadro della situazione e potrà quindi cominciare a porsi
gli obiettivi del suo intervento che, schematizzando, possiamo così
elencare:
.3.1.2 - 1ª fase: Accoglimento della domanda e Alleanza terapeutica
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1
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Alleanza
terapeutica
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Un
buon rapporto iniziale con il nostro cliente è condizione
preliminare ed indispensabile per costruire un efficace rapporto
terapeutico. Il terapeuta deve poter trasmettere al cliente disponibilità
all'ascolto, un atteggiamento non giudicante né particolarmente
direttivo, deve facilitare la comunicazione di persone che spesso
sono in stato di evidente disagio emotivo e deve infine dar loro
la sensazione di trovarsi a parlare con una persona che conosce
il suo mestiere. Se tutto ciò si verifica si faciliterà
la comunicazione, si creerà un clima di fiducia ed entrambe
le parti saranno ben disposte alla collaborazione.
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2
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Analisi
delle aspettative
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Analizzare
le aspettative dei famigliari cercando di sintonizzarsi con loro
su obiettivi ragionevoli e realizzabili, stando molto attenti
a non incoraggiare attese irrealistiche. Spesso la famiglia si
aspetta da noi un intervento miracoloso che guarisca il loro congiunto
malato. La famiglia spesso asserisce di non aver nessun problema
e che l'unico ad aver problemi è il loro congiunto. "Noi
stiamo bene, è lui il malato e Lei dottore ce lo deve guarire".
Questa fiducia può anche lusingare l'operatore ma non è
realistica perché in quel momento il "malato"
è la famiglia stessa, che sta male, si rende conto del
problema e chiede quell'aiuto che l'alcolista non vuole perché
non ritiene affatto di avere un problema. Siccome è evidente
che un aiuto si può fornire solo a chi sente di averne
bisogno, cioè a chi si sente malato è altrettanto
evidente che è la famiglia in questo caso il paziente e
non (ancora) l'alcolista.
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3
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Informare
i famigliari sul loro problema
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Fornire
una corretta informazione sulla natura dell'alcolismo e verificare
la "cultura" famigliare sull'alcol.
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4
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Aiutare
la famiglia a cambiare gli atteggiamenti
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Aiutare
la famiglia a cambiare gli atteggiamenti di copertura, facilitanti
(enabling), di rinforzo degli alibi e degli agìti.
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5
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Dare
supporto e fiducia
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La
famiglia sente finalmente che il problema si può affrontare,
che c'è una via d'uscita, che non è una questione
di colpe ma una malattia da curare. Questo contribuirà
a far diminuire gli atteggiamenti di colpevolizzazione reciproca
e faciliterà il lavoro terapeutico.
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6
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Aiutare
la famiglia ad indurre il congiunto a curarsi
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Se
è vero, e lo è, che molto del disagio deriva dalla
malattia dell'alcolista è naturale che si cerchi di indurre
quella persona a curarsi. Come abbiamo detto, l'alcolista in questo
caso non è consapevole del suo problema e delle conseguenze
che ne derivano a lui stesso e ai famigliari, quindi bisogna trovare
un mezzo che lo induca a fare esperienza di queste difficoltà
senza farlo irrigidire nelle sue difese.
Noi riteniamo che non ci si possa limitare ad aiutare la famiglia senza fare altri interventi aspettando che l'alcolista "tocchi il fondo" cioè si renda conto da solo della gravità della sua situazione. È pur vero che se l'alcolista non ha un minimo di consapevolezza e di disponibilità non è possibile alcun intervento terapeutico, ma è altrettanto vero che se si rende conto della sua situazione quando i danni derivati dall'alcol hanno prodotto devastazioni irreversibili i vantaggi sono ben pochi. Riteniamo quindi che l'intervento terapeutico vada fatto e in tempi rapidi giacché al momento disponiamo di tecniche valide per tentare di sbloccare la situazione e creare la motivazione al trattamento. Cito ad esempio le tecniche dell' "Early Intervention" (di Gallant o di Johnson). |
.3.1.3 - 2ª fase: La terapia
Una volta riusciti nell'intento di agganciare il paziente e di immetterlo nel programma terapeutico le difficoltà non sono terminate perché con la sobrietà non c'è solo l'astinenza dall'alcol, ma la modificazione di tutto lo stile di vita con i meccanismi mentali e le dinamiche relazionali connessi. Avremo una ridistribuzione dei ruoli nella famiglia, un cambiamento dei rapporti che ora si baseranno su altri meccanismi e tutto questo rimetterà in discussione gli equilibri su cui finora la famiglia si era retta e la nuova situazione potrà essere avvertita come una minaccia disgregante.
Bisognerà quindi aiutare la famiglia nella difficile fase della riabilitazione.
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Scopo |
Fase |
Obiettivi |
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Aiutare la famiglia nella difficile fase
della riabilitazione
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1ª
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assessment della famiglia |
| informazione sull'alcolismo | ||
| costituzione dell'Early Intervention Team | ||
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2ª
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supporto alla famiglia mentre si cura l'alcolista | |
| aiutare la famiglia a cambiare la comunicazione | ||
| aiutare la famiglia a cambiare i ruoli | ||
.3.2
- A chiedere aiuto è lo stesso alcolista
Spesso
si tratta di un soggetto con una storia di alcolismo di media durata,
con validi aspetti vitali che sono entrati in conflitto con gli aspetti
dannosi del bere, che ha già in qualche misura internalizzato
tale conflitto e che quindi è pronto a chiedere un aiuto qualificato.
Questa è forse la situazione più favorevole che un terapeuta
può sperare di incontrare pur non essendo, purtroppo, la più
frequente.
Il nostro lavoro ovviamente è facilitato potendo contare su una
buona motivazione al trattamento.
In ogni modo nel programmare l'intervento terapeutico dobbiamo comunque
considerare l'alcolista nel suo contesto e quindi verificare la sua
situazione familiare per renderci conto delle varie dinamiche di cui
abbiamo già parlato. Ad esempio considerare che:
È evidente che in questo caso il nostro intervento deve mirare a coinvolgere la famiglia nel trattamento per averla alleata invece che più o meno apertamente nemica. I vantaggi sono intuibili: con una famiglia collaborante e coinvolta il paziente si troverà circondato da un ambiente terapeutico pronto a rafforzare la sua decisione a curarsi, ben informato e quindi supportivo e non moraleggiante, poco propenso a offrire complicità in caso di rischio di ricadute, ed infine rassicurato che un eventuale cambiamento possa portare anche dei vantaggi invece dei soliti temuti svantaggi.
.3.3 - Gli strumenti con i quali realizziamo il programma terapeutico
Tutti gli interventi di cui abbiamo giustificato i criteri precedentemente vanno realizzati con strumenti adeguati sia alla situazione dell'utente che alla particolare fase in cui avviene l'intervento.
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Fase di:
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Strumenti
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approfondimento diagnostico
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Colloqui con i famigliari |
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Colloqui individuali con i singoli membri e/o l'alcolista |
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motivazione al trattamento e aggancio dell'alcolista
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Gruppi per l'informazione ai famigliari |
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Early Intervention Team |
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trattamento
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Programma residenziale |
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Programma ambulatoriale |
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Gruppi di soli alcolisti (GAT) |
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Gruppi motivazionali per soli alcolisti (GES) |
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Gruppi per famigliari |
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Gruppi polifamigliari (GIMOF) |
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Colloqui individuali |
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Terapia di coppia |
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Psicoterapie individuali |
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Farmacoterapia |
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Come si vede dallo schema il ventaglio di opzioni terapeutiche è
ampio e tale dev'essere perché io ritengo che la terapia di un
alcolista non può essere standardizzata giacché ci troviamo
di fronte ad un problema comune, l'alcolismo, ma con tante e diversissime
esigenze individuali per cui la terapia deve essere calzata sulle esigenze
specifiche di quel paziente, in quel momento del suo processo di alcolizzazione.
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