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Scrivono
sei ragazze affette da disturbi del comportamento alimentare: Alessandra

1
- La mia storia tra le dita
Mi
presento: mi chiamo Alessandra, ho 24 anni e sono anoressica dichiarata
dal 1997; cercherò di raccontare la mia storia, ma, per rispetto
di coloro che ne fanno parte, utilizzerò nomi di fantasia.
Non è facile tornare indietro nel tempo e ripercorrere tutte le
tappe che hanno fatto di me una donna; i ricordi spesso sono offuscati
e confusi.
Non so dire quando il mio calvario ha avuto inizio, forse sono nata malata;
già, perché l'anoressia è uno stile di vita, è
un'abitudine, un modo di pensare e vedere la realtà che ci circonda.
Spesso penso di essere nata in un'epoca sbagliata, in una società
che non mi ha mai rispettato e che mi ha imposto di rincorrere ideali
assurdi e irraggiungibili, ma questo mi accorgo essere un pensiero superficiale,
nato dalla rabbia che nasce in me ogni volta che guardo alla piccola Alessandra,
a quella bambina paffutella che troppe volte si è sentita ripetere
"no, tu sei grassa, non ti vogliamo". Credo che sia stata quella
frase, pronunciata la prima volta, a farmi credere che per far parte di
questo mondo fosse necessario assomigliare alla mia Barbie, non capendo
quanto fosse alla fine superficiale pensare di essere solo un corpo; ma
del resto come potevo capirlo alla tenera età di 12 anni? Allora
potevo solo piangere e decidere di cominciare una battaglia assurda; la
mia unica volontà, desiderio, aspirazione era legata al corpo,
io dovevo dimagrire, io dovevo essere guardata con ammirazione, io dovevo
piacere: avevo compiuto una scelta, avevo scelto me stessa o almeno credevo
che questo fosse il mio unico sogno; non mi accorgevo, non sentivo quanto
questo fosse vuoto. Questa era l'aspirazione di una bambina che disperatamente
desiderava essere accettata: il cammino è stato lungo, proviamo
a raccontarlo.
Non mi sono mai piaciuta, di conseguenza non ho mai pensato di poter piacere
a qualcuno, mi sentivo a disagio vicino ai ragazzi, loro erano compagni
di gioco, io ero una di loro, non avrei mai creduto che qualcuno potesse
accorgersi che sotto quei maglioni deformi, quei larghi jeans e quegli
anfibi ci fosse una ragazza che nascondeva la propria femminilità,
il proprio bisogno di essere coccolata, che celava le sue insicurezze,
la sua fragilità, la tremenda paura di non essere mai all'altezza
delle altre. Guardavo con ammirazione le mie amiche e invidiavo tutte
le loro prime esperienze.
Conobbi una ragazza, mi trovavo bene con lei, pur sapendo di non poter
competere e invece mi sbagliavo. Avevo 16 anni, per i miei una bambina
da proteggere, o almeno pensavo fosse questo il motivo di tante regole
e doveri imposti, ma quella sera, dopo lunghe discussioni ottenni il permesso
di uscire; io e Francesca ci recammo in un locale a Brera e lì
incontrai per la prima volta Matteo. Mi sembrava bellissimo e inavvicinabile;
con i miei complessi di inferiorità mi misi da parte, lasciando
il campo libero a Francesca: invece, con mio grande stupore, Matteo scelse
me. Il mio primo ragazzo, il mio primo confronto con la realtà
che tanto avevo sognato, la prima volta che mi sono fermata a pensare
a me stessa e ad accorgermi di tutto quello che credevo fosse solo frutto
di tante illusioni, costruite per riempire i miei silenzi. Finalmente
qualcuno mi voleva bene, o meglio, finalmente qualcuno mi diceva: "Sei
speciale".
Quando inizi ad uscire dall'adolescenza, tutti i dubbi minacciosi e angosciosi
di prima diventano certezze; ti senti invincibile e non ti accorgi di
vivere in un mondo a sé, pieno, stracolmo di tutte quelle insicurezze
che ti eri nascosta per non ammettere, per non voler chiedere solo un
po' di affetto. Piano piano mi accorsi di quanto il corpo riprendesse
il sopravvento sulle mie prime emozioni, ricominciai ad avere paura, paura
di perdere quelle "carezze"che non avevo mai osato chiedere,
paura perché volevo essere l'unica, perché non riuscivo
ad accettare che gli occhi di Matteo guardassero altre ragazze: io volevo
quegli sguardi, volevo essere la più bella e il mio corpo era ancora
così ingombrante. Iniziai a dimagrire naturalmente, iniziai a perdere
quei chili che la fase dello sviluppo aveva comportato; mi sentivo felice,
soddisfatta, sentivo che la ruota aveva cominciato a girare a mio favore,
la mia vita era caratterizzata da una lotta di forze contrarie che erano
ancora chiuse in un certo equilibrio. La mia storia con Matteo è
durata due anni, fino al giorno in cui sono arrivata all'università
e mi sono scontrata con un mondo nuovo che mi attraeva tanto e mi entusiasmava.
Dovevo conquistare quella bellissima dimensione; la mia sfida cominciò
allora, era una sfida dentro di me, era la volontà di riuscire;
e quale migliore chiave di accesso avevo se non la mia immagine? Il cambiamento
non è stato immediato, all'inizio ero ancora la vecchia Alessandra
munita di capelli corti e piuttosto mascolina; puntavo ancora sui miei
vecchi cavalli di battaglia per essere vista, ancora credevo esistessero
valori, credevo di avere dentro qualcosa da offrire, non pensavo a quanto
fosse importante un body più aderente e un tocco di mascara. In
una delle tante giornate passate al bar ho conosciuto quello che sarebbe
diventato il mio principe azzurro: Mattia.
Quante cose si scoprono e si sentono a mano a mano che si cresce; credevo
che Matteo fosse il mio primo amore, ma non conoscevo ancora quanto fosse
magico sentire i brividi lungo la schiena ogni volta che Mattia sorrideva
e mi rivolgeva la parola. Fummo amici inseparabili in poche ore, i miei
occhi brillavano al suo arrivo e tra una frase e una battuta ci siamo
ritrovati davanti a Buscami: era il 30 ottobre del 1995, un bacio che
mi ha fatto toccare il cielo con un dito. In breve tempo avevo trovato
il motivo più importante per vivere: ogni sospiro era dedicato
a lui, la persona che chiamavo il "mio universo", la persona
che aveva dato un significato ai miei sogni, la persona a cui ho regalato
la mia vita. Mi sentivo strana, estraniata dal mondo, mi sentivo roteare
intorno ad un perno, ero completamente dipendente da lui. Avevo paura.
La mia insicurezza, da me sempre celata, la mia fragilità, il terrore
di non essere alla sua altezza, il terrore di perderlo mi spinsero a prendere
la decisione: "Da oggi mi impegnerò a curarmi, mi impegnerò
per essere perfetta, perché il suo essere vivo è il mio
essere viva". Che cosa era per me la perfezione? Era la mia Barbie.
Iniziai a percepirmi gonfia, nonostante il mio peso non fosse poi così
elevato, tutt'altro; iniziai a vedere riflessa nello specchio un'Alessandra
enorme; sentivo che il grasso sprizzava fuori dalla mia pelle, io che
volevo essere piccola piccola; era come se il mio corpo fosse una roccia
pesantissima che a stento riuscivo a spostare; ancora mi accorgevo che
in quegli istanti era con me stessa che non andavo d'accordo, ancora sentivo
un fantasmino che risvegliava tutte le mie insicurezze. Mattia era sempre
accanto a me, mi faceva riflettere e forse mi poneva di fronte ad un'Alessandra
che non conoscevo e che non volevo conoscere; mi guardavo attorno e soffrivo,
soffrivo perché mi rifiutavo, soffrivo perché mi sentivo
ovunque fuori luogo, soffrivo perché l'unica cosa che desideravo
era regalare a Mattia me stessa e farlo sentire sempre grande: invece
mi accorgevo che ogni mio sforzo mi deludeva sempre di più e che
non avevo le spalle sufficientemente forti per proteggere un amore così
grande. Lo specchio era diventato il mio giudice, il mio rapporto con
il cibo diventava sempre più assurdo, però più dimagrivo
più mi sentivo forte, invincibile.
L'anoressia è fatica di vivere il quotidiano, è un tentativo
di trovare un senso in manifestazioni estreme, usando il corpo come lo
specchio dell'anima, un'anima in lotta con una fantasia onnipotente, come
difesa dal sentirsi nulla: il pieno e il vuoto del corpo urlavano una
solitudine estrema. Persi il contatto con la realtà, mi disprezzavo
perché non ero capace di apprezzare nulla, mi sentivo sempre più
sola, travolta da un vortice incontrollabile che mi trascinava e mi dicevo:
"Questo è il prezzo che devo pagare per espiare le mie colpe,
i miei errori, per non riuscire a fare di Mattia la persona più
felice della terra
"; in tutti questi pensieri incentrati su
di me mancavo di accorgermi che stavo sbagliando, che Mattia lo stavo
perdendo davvero, perché non sentivo più nulla. Le pareti
del mio cuore si stavano stringendo, il mio unico nemico era il cibo,
ogni caloria che ingerivo mi faceva sentire colpevole, mi sentivo una
ladra nell'assaporare anche un pezzettino di pane caldo e morbidissimo,
perché quel pezzettino mi allontanava dalla perfezione che mi ero
prefissata. Ero un automa che camminava su binari prefissati, ero in trappola,
chiusa dalle sbarre della mia gabbia dorata; stavo morendo non solo fisicamente,
stavo morendo dentro. Il momento più brutto era la notte, lì
non c'era scampo: la mia mente urlava tutto il suo dolore attraverso sogni
in cui era il cibo a divorarmi.
Accadde qualcosa: Mattia si arrese. Mattia decise che non c'era più
nulla da fare, che almeno lui doveva provare a vivere, perché nonostante
i suoi innumerevoli sforzi per trasmettermi quanto ero importante, il
mio cuore era ormai completamente sordo. Questa volta ero davvero sola;
la disperazione mi avvolse: Mattia era la mia droga, il mio sorriso più
bello, senza di lui ogni mio sforzo per contrastare la malattia non aveva
più alcun senso. Già, perché alla fine sapevo anche
io che non era normale sopravvivere con un corpo che pesava 36 chili.
Avevo bisogno di aiuto, non sapevo come combattere il fantasmino, ma la
mia speranza era di poter trovare la chiave di lettura di tutto per poter
di nuovo guardare le mie mani e vederle grandi e forti. Decisi di dare
una svolta alla mia vita e di provare a cambiare strada. Era il luglio
1999: da allora lotto ogni giorno con successi e pene per sconfiggere
il nulla che avvolge l'immagine
2 - Lettera alla Dr.ssa B., in occasione del suo congedo per maternità,
dopo 10 mesi
di astinenza da comportamenti compulsivi collegati ai disordini alimentari
Cara
dott.ssa B.,
è quasi contraddittorio aprire una lettera con due termini così
diversi, uno affettuoso e uno rispettoso, ma l'incoerenza è inevitabile
in questo momento caratterizzato da confuse emozioni.
E' da giorni che tento di trovare un filo conduttore nei miei pensieri,
ma ogni giustificazione mi appare infantile e superficiale, trovo dunque
difficile trovare le parole per esprimere il mio attuale disorientamento.
Lei si sta preparando a ricevere uno dei doni più belli e importanti
che la vita può offrire, avere un bambino, non posso fare a meno
di essere felice nel guardare i suoi occhi brillare di speranza, di serenità
e di pace, ma altrettanto non posso negare il dolore di veder uscire dalla
mia vita una persona tanto speciale.
In questi 10 mesi abbiamo combattuto insieme, abbiamo superato ostacoli
apparentemente insormontabili, posso sicuramente affermare che, senza
la sua mano nella mia, ora non mi troverei qui a scriverle. Proprio per
questo avevo costruito la certezza che ogni passo, successivo a quelli
già fatti, sarebbe stato insieme, un piede dopo l'altro sul sentiero
della vita
Mi viene in mente una parabola in cui si narrava la vicenda
di un uomo che arrivato al termine dei suoi giorni si era voltato a guardare
indietro, lo stupore lo colpì in quanto scorse che lungo il sentiero
alle sue spalle vi erano 4 impronte sulla sabbia
Più scrutava
il suo passato e più vedeva che in alcuni momenti le orme da quattro
diventavano due, per poi tornare ad essere quattro. Si chiese, allora,
perché si fosse ritrovato solo proprio in coincidenza dei periodi
più bui e difficili della sua esistenza e udì una voce sussurrargli:
" Tu non avanzavi solo, in quei momenti ero io che ti portavo tra
le mie braccia
"
E' da mesi che provo l'inconfondibile sensazione di essere avvolta da
un calore che mi ha protetta e accompagnata, da un abbraccio di una mamma
particolare che mi ha coccolata, spronata, che ho odiato e amato follemente,
una mamma che mi faceva sentire unica
Ora mi accorgo che le impronte
del mio sentiero diventeranno due, non perché sarò accolta
nel seno del mio angelo, ma perché dovrò proseguire senza
di lei. So che l'obiettivo della terapia è portarmi ad acquisire
un equilibrato livello di autonomia e indipendenza, ma credevo che alla
meta saremmo giunte unite, che avremmo festeggiato ogni piccolo successo
e che ci saremmo rialzate dalle sconfitte. Io sarei diventata "grande"
e avrei potuto leggere la soddisfazione trasparire dalle sue espressioni,
gioia perché tornavo a vivere, invece sarà qualcun altro
a condividere il futuro prossimo con me. Pensi come sarebbe stato bello
"alzare i nostri calici " in occasione del mio primo pasto responsabile
e a tutto quello che da questo sarebbe poi derivato
Ho paura del domani, ma tutte le volte che ho tremato lei mi ha sempre
saputo infondere la giusta dose di coraggio
Lei ci sarà per
sempre, ma da lontano
Lo so che il termine "voglio" è frutto del capriccio
di un bambino che non sa accettare la negazione, ma non posso impedire
al mio cuore di urlare quanto desideri che la mia "seconda"
mamma non mi lasci mai!!!
11 aprile 2000

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