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Scrivono
sei ragazze affette da disturbi del comportamento alimentare: Benedetta

Fine
della terapia di gruppo per i DCA - 18.7.2002
Questa
è la testimonianza, letta al gruppo, di Benedetta, una ragazza
che ha portato a termine la terapia di gruppo, uno degli strumenti con
cui si cura il disturbo del comportamento alimentare. Con serenità
e impegno sta continuando il lavoro su stessa attraverso gli altri strumenti
della cura: i colloqui individuali, il controllo del peso e dell'alimentazione
e gli esercizi comportamentali per risolvere le ossessioni ancora legate
all'immagine corporea, al peso e al cibo.
Eccoci
al capolinea. Ben sapete quanto io non ami momenti del genere, ma anche
questa esperienza, come molte altre fatte insieme, mi sta insegnando qualcosa.
Il solo fatto di riuscire a mettermi davanti al foglio per fare un bilancio
degli anni trascorsi insieme, superando i sentimenti di rabbia e dispiacere,
mi sembra un bel passo in avanti.
La prima cosa che mi sono detta entrando in gruppo, circa tre anni fa,
è stata “qui non si mente”; è cominciato così
un cammino di onestà verso gli altri e prima ancora verso me stessa
che non immaginavo possibile. Non mi ero mai accorta nemmeno di essere
così poco sincera. È un percorso che continua, perché
non si finisce mai di affinare la lucidità con cui ci si “guarda
allo specchio” e la sincerità di esporre agli altri le proprie
verità, senza vergognarsene.
Non mi è mai capitato di venire in gruppo senza avere nulla da
dire, anzi avevo la sensazione di avere sempre bisogno dei vostri consigli
e pareri; quello che ho imparato è stato invece di lasciare agli
altri spazio, di accoglierli anche quando lo desideravo tutto per me,
senza arrabbiarmi o comunque contenendo la gelosia e la tristezza che
provavo. Ho conosciuto il significato e il valore di fare di tutto per
aiutare qualcuno, mettendomi da parte, pur restando a volte impotente.
E insieme ho scoperto anche come posso essere aiutata, ammettendo con
umiltà i miei limiti e ascoltando veramente un’idea
diversa dalla mia, mettendo in pratica suggerimenti, che magari all’inizio
nemmeno condividevo.
Tutte queste capacità acquisite sono in uno stato che definirei
“embrionale”, ho ancora molto da imparare, ma chi ben comincia
è a metà (o quasi) dell’opera. Ho già accennato
diverse volte all’abilità di contenere alcuni sentimenti,
questo è stato un grande insegnamento della “vita di gruppo”:
riconoscere le proprie emozioni, anche negative, come la gelosia o l’invidia,
parlarne e riuscire ad accettarle, senza lasciar loro prendere il sopravvento.
Lezione fondamentale che credo mi darà una mano per il resto della
mia vita.
Parlavo
prima della diversità di opinioni, modi di pensare: in passato
diversità per me era sinonimo di divisione, oggi riesco a pensare
che si può continuare a volersi bene anche se si hanno idee diverse,
accettare la diversità senza decidere chi ha torto o ragione, continuando
a dire “sei mio amico”. Un’altra conquista per cui sento
che c’è ancora tanta strada da fare, ma che certamente è
cominciata qui con voi.
Ed
eccomi oggi a sperimentare che esistono le separazioni buone, le conclusioni
positive, nonostante i sentimenti contraddittori di tristezza e di rabbia.
La rabbia, l’ho già nominata tante volte, difficile contenerla:
non riesco a darmi alcune risposte, faccio fatica a pensare che questo
cammino ha ragione di concludersi, ho la sensazione, magari errata, che
potevamo darci ancora molto. Ma accetto che è arrivato il momento
di salutarsi rifacendomi alle esperienze passate, ricordando che ci sono
state molte altre occasioni in cui io credevo qualcosa fosse nero e poi
piano piano ho capito che era grigio, anche con qualche sfumatura di bianco.
Mi rifaccio alla scelta dei medici, non sono io, per fortuna, che decido
quali medicine e quali strumenti siano i migliori per curare questa malattia;
se hanno deciso che siamo arrivate al termine, sarà giusto così,
un giorno forse lo sentirò anch’io di pancia.
Vi
abbraccio forte, forte, forte.
Benedetta

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