Psicoanalisi, identità e internet.

Esplorazioni nel cyberspace.

A cura di Andrea Marzi

Con i contributi di:
Giuseppina Antinucci, Giuseppe Civitarese, Valeria Egidi Morpurgo,
Marcus Johns, Marco Longo, Andrea Marzi, David Rosenfeld,
Michele G. Sforza, Riccardo Sorrenti.
FrancoAngeli, 2014
Pag 256,   € 30,00

 

In Internet “navighiamo” ogni giorno: bambini, adolescenti o seniores che siamo, entriamo in relazione con gli altri con i social networks, i blog, con la posta elettronica, con Skype. Su Internet cerchiamo informazioni, facciamo acquisti, giochiamo.

I contributi qui ospitati individuano nelle principali teorie psicoanalitiche di oggi gli strumenti adeguati per cogliere le nuove soggettività che si affacciano al mondo attuale, al tempo del cyberspace e di Internet. Non è solo la psicoanalisi che “legge” la sfaccettata natura della realtà virtuale, è anche il cyberspace che stimola, in modo reciproco, riflessioni sulla psicoanalisi e gli “spazi virtuali” della mente.

Il volume esplora quindi le conseguenze della realtà virtuale nel campo analitico e le peculiari caratteristiche dell’incontro con la mente degli “Internet-addicted” mostrando nel dettaglio i percorsi della cura, analitica o psicoterapica, dell’analista con il “navigatore” smarrito nella realtà virtuale.

Se consideriamo il ventaglio dei punti di vista, ad un estremo il cyberspace appare come uno specchio che imprigiona persone vulnerabili, le irretisce in una pseudo-realtà, all’altro estremo è una dimensione che libera la fantasia creativa. In ogni caso, si tratta di una dimensione che ci cimenta ogni giorno, espandendosi, attraendoci, sfuggendoci.

 

Recensione di Michele G. Sforza

Realtà virtuali o “nuove realtà”?

Un approccio psicoanalitico all’Internet Addiction Disorder

Pubblicato su “Mission” 2014
Si pubblica sul sito con il permesso dell’Editore

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πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός (Pánta rhêi hōs potamós), la realtà è in continuo mutamento. Tutto scorre come un fiume, niente è lo stesso anche solo un  attimo dopo. E’ questo che fa dire ad Eraclito, 2.500 anni fa, che è impossibile bagnarsi nella  stessa acqua di un fiume. Ogni punto della corrente appare immutabile, ma, in realtà, è composto da acqua sempre diversa per via del suo scorrere. Sono concetti che la nostra ragione considera perfettamente accettabili, ma che ancora ci lasciano disorientati nel loro significato più profondo, che va ben al di là della ragione e si àncora al nostro sentire e al nostro modo di essere. Questo continuo sfuggire della realtà e il caos del mondo in cui siamo immersi, senza neppure sapere perchè, sono per l’essere umano fonte di incertezza e di angoscia esistenziale a causa dell’imprevedibilità e del pericolo che ne consegue.  Dare un minimo di senso a questo caos esterno è diventato per gli esseri viventi un imperativo fondamentale che ha portato, lungo il percorso evolutivo, alla formazione di strutture specializzate a raccogliere e ad elaborare dati per ottimizzare le possibilità di sopravvivenza. Maggiore è la quantità e la qualità dei dati raccolti, maggiore è la capacità di elaborare previsioni. Sapere, sia pure con approssimazione statistica, che cosa ci aspetta ci consente di attivare strategie che possono salvarci la vita. Nell’essere umano  questa funzione si è concretizzata in un organo specializzato, il cervello, grazie alla cui attività si sono sviluppati quei  sistemi interpretativi che danno senso e continuità al nostro essere. La prospettiva, infatti,  cambia radicalmente se possiamo pensare che, anche se tutto passa, se tutto cambia, noi restiamo sostanzialmente gli stessi, pur a distanza di anni o in luoghi diversi. Certo, non proprio gli stessi, ma, come suggerisce S. Edelman,  “parenti” di quei noi stessi di qualche tempo prima. Il nostro cervello, nascondendoci i cambiamenti sottostanti e raggruppandoli in immagini stabili, ci  mostra “pietosamente” un fiume costante e relativamente prevedibile, risparmiandoci così vertigini ininterpretabili e fornendoci strumenti cognitivi per non annegare nel più vasto fiume del nostro esistere. L’effetto alla fine è efficace, ma non è certo “per  misericordia” che il nostro cervello compie queste (e molte altre) operazioni, quanto  piuttosto per necessità vitale. Il suo percorso evolutivo è giustificato infatti dal compito di assicurare all’organismo (e alla specie) di cui fa parte una capacità interpretativa e previsionale di ciò che succede “là fuori”, ai fini di migliorare le possibilità di sopravvivenza e di riproduzione. I meccanismi evolutivi che vediamo operare negli ambiti di tante e diverse realtà (dal biologico al culturale, dalla cellula al linguaggio) hanno convinto tutti (o quasi tutti) della grande realtà dell’evoluzione come meccanismo adattivo che tutto fa cambiare e che porta a sempre nuove forme e a nuove funzioni. Essendo immersi nello scorrere dell’esistente, non sempre è facile accettare questo concetto se non  quando lo pensiamo in azione in tempi enormemente lunghi. Tempi che ci trascendono e che ci vedono solo come spettatori, come bambini affascinati dalle meraviglie di un museo della scienza. Le classiche immagini che raffigurano l’essere umano che esce dall’acqua e che da ominide si erge progressivamente fino ad assumere le attuali sembianze, ci stupiscono e, al contempo, ci tranquillizzano.  “In fondo”, ci diciamo, “questi cambiamenti non riguardano me ora, riguardano la mia specie e gli individui che sono stati prima di me e che  saranno dopo di me, mooolto dopo di me!”. Ci sentiamo invece meno tranquilli quando constatiamo che l’evoluzione non riguarda solo gli oggetti osservabili e tangibili, i fenotipi della realtà che definiamo “esterna”. Vediamo infatti, e ultimamente sempre in maggior misura per via della rapidità con cui avvengono certi cambiamenti, che le funzioni dei fenotipi cambiano in modo evidente sotto i nostri occhi, creando nuove realtà che ci appaiono  addirittura come nuovi fenotipi. Tutto questo ha un che di  inquietante, come se ci trovassimo nella zona di un terremoto dove la realtà circostante cambia e “ci” cambia. Per dare un senso a questi nuovi scenari e a questi nuovi oggetti con cui è inevitabile doversi rapportare, cerchiamo continuamente nuove definizioni che fanno capo a vecchie e note esperienze, e diamo a queste nuove entità il nome di “giochi”, “curiosità tecnologiche”, o, usando un termine di insieme, quello di  “realtà virtuale” (RV). Realtà virtuale, vale a dire non una realtà “vera”, percepibile dai nostri sensi e indipendente da noi, ma una realtà prodotta da noi, controllata da noi, frutto, insomma, della  nostra abilità di homo faber. Eppure spesso ci scontriamo con il fatto che questa realtà che non possiamo toccare, ma che non per questo è meno concreta di quella “reale” a cui la paragoniamo, entri prepotentemente nelle nostre vite modificandole negli aspetti più minuti e quotidiani su cui poggiano le  certezze dei nostri riferimenti esistenziali.  Sappiamo peraltro che  poter toccare le cose non è l’unico modo per definire  se un oggetto sia reale oppure no. Nessuno ha mai carezzato un neutrino o un bosone di Higgs,  eppure queste “immateriali” realtà hanno sempre costituito la materia stessa di cui siamo composti, senza che noi ne fossimo coscienti. Col tempo e con le tecnologie, ne abbiamo poi ipotizzato l’esistenza e siamo riusciti ad avvicinarci alla loro dimostrabilità, dotandoci di strumenti in grado di percepirne e misurarne l’esistenza. Ed ancora, chi può negare le conseguenze che alcune realtà immateriali, fatte di concetti e ideologie, hanno avuto sull’essere umano e sulle società in cui viviamo? La comparsa del linguaggio, forse la più grande delle rivoluzioni che hanno coinvolto l’essere umano, ha cambiato radicalmente la vita e le prospettive non solo di una specie ma di tutta la realtà in cui questa specie vive. Eppure il linguaggio non è un oggetto tangibile, anche se sappiamo bene quanto il suo effetto possa essere “concreto” quando diventa veicolo di comunicazione. E pur non essendo composta da materiale tangibile, abbiamo sotto I nostri occhi  quanto questo strumento sia capace di evolversi per adattare i suoi memi (R. Dawkins 2009) e i suoi fonemi in un continuo processo di mutazione. A questo punto il termine di realtà diventa un po’ angusto, soprattutto se applicato ai continui e veloci cambiamenti cui assistiamo negli ultimi decenni. Potrebbe forse essere  più utile parlare di “nuove realtà”, che ci riguardano molto da vicino perchè toccano la nostra stessa essenza, il nostro modo di funzionare, di pensare, di sentire, di osservare  il mondo. In sostanza mutano la nostra realtà “attuale” , mutando il nostro modo di guardarla, la nostra Weltanschauung, la nostra stessa visione del mondo.

A nuovi modi di raccogliere ed elaborare dati corrispondono nuove realtà in un processo continuo di cambiamento che permette migliori chances vitali. E, come avviene per ogni forma di evoluzione, le “nuove realtà” che risultano essere poco o affatto utili, vengono eliminate o messe da parte. La situazione in cui viviamo è senza dubbio molto diversa da quella che devono aver  vissuto i nostri progenitori, anch’essi esposti alle mutazioni. Per loro il trauma del cambiamento è stato, sotto la prospettiva della consapevolezza, decisamente meno drammatico giacchè il passaggio da una condizione all’altra, ad esempio da protoscimmie  a ominidi, non è stata direttamente percepita. Per noi la situazione è diversa, gli strumenti che sono nati, che stanno nascendo e che nasceranno ancora dalle nostre elaborazioni, stanno cambiando la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare e di essere. Alcuni ritengono che I prodotti di questa τέχνη (téchne) cambieranno addirittura il nostro fenotipo quando le “protesi divine” di cui parlava Freud (1930) osservando i progressi della scienza del suo tempo, si saranno fuse con i nostri corpi e le nostre menti.  Ma forse manca ancora un po’ di tempo per questo e posso, per ora, continuare a utilizzare la tastiera del mio computer per scrivere queste riflessioni. Tranquillizzante, senza dubbio. In sostanza possiamo affermare che abbiamo una realtà che produce nuove realtà che, a loro volta, modificano le posizioni di partenza, in un continuo cambiamento evolutivo, che coinvolge anche l’ambiente in cui esso avviene insieme a uno “spazio” ancora più ampio nel quale è possibile vivere e riprodursi. Realtà e spazio. “Realtà virtuale” e “spazio virtuale”. Oggetti contenuti nella realtà e oggetti prodotti da una realtà e immessi in uno spazio virtuale di un’altra realtà. Sembra uno scioglilingua senza fine, ma non possiamo non pensare alla complessità dell’universo di cui facciamo parte. A volte la necessità di “specializzare” le nostre conoscenze ci porta a perdere di vista l’insieme che è fatto di complessità e che ha bisogno, come ci esortano Morin E. o da Empoli G., a ritrovare e mantenere, nel cambiamento, quelle caratteristiche che ci rendono “così umani”.

 

“Virtuale” o “Reale e condiviso”?

Considerando  il contesto sul quale stiamo riflettendo,  la consapevolezza dello scorrere, del mutare, diventa sempre meno eludibile, tirata per il bavero da realtà virtuali che diventano sempre più “manesche”, più tangibili, per le conseguenze che esercitano sulle nostre vite e per le progressive capacità di cadere sotto le nostre percezioni sensoriali. Sono realtà ancora in fieri, non ancora del tutto  tangibili o ancora non completamente visibili, ma che, fra non molto, col progredire della tecnologia, si arricchiranno di ulteriori proprietà per legarsi inestricabilmente ai nostri sistemi percettivi o, come si comincia ad ipotizzare, si renderanno indipendenti da noi, diventando, in questo modo, “reali”, almeno nel senso con cui usiamo comunemente questo termine. Allo stesso tempo le conoscenze sul cervello e sul suo funzionamento (vedi i massicci investimenti per lo studio e la mappatura del cervello che sono stati fatti dagli USA (progetto BRAIN) e da altri 20 paesi compresa l’Italia (Human Brain Project)) implementano la creazione di realtà virtuali che, a loro volta, sono arricchite dalle nuove conoscenze che queste realtà ci forniscono, in un continuo feedback senza fine. Il coinvolgimento in queste nuove realtà riguarda ovviamente tutti noi, ma, in modo particolare, coinvolge tutti coloro che, a titolo diverso, si occupano dello studio e della cura  della mente umana,  delle sue funzioni  e dei comportamenti che da essa derivano. Fra questi studiosi ci sono gli psicoanalisti,  soprattutto quelli che, di loro, sono i più sensibili a questi cambiamenti.  Anche nel campo della psicoanalisi le nuove realtà si stanno imponendo all’attenzione e alla riflessione. Del resto come potrebbe essere diversamente?  La nascita di questa disciplina, fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, è avvenuta sulla base delle conoscenze neurologiche e psicologiche di quel tempo. Le ipotesi che nascevano per spiegare fenomeni clinici e funzioni neuro-psichiatriche  non potevano che basarsi su quelle conoscenze e su uno Zeitgeist, uno spirito del tempo, certo estremamente ricco, se solo pensiamo alle tante personalità nel campo della fisica, matematica, letteratura, filosofia, sociologia, che hanno dato vita ad un periodo aureo nella cultura europea. Proprio in quel periodo sono nate teorizzazioni ed ipotesi che, in alcuni casi, alla luce delle nostre conoscenze attuali, si sono rivelate inesatte. Così come altre ipotesi  sono risultate sorprendentemente predittive (vedi gli studi di neuroimaging che confermano le ipotesi ottocentesche delle scelte inconsce dell’individuo).  Per tanto tempo la psicoanalisi ha dovuto procedere utilizzando concettualizzazioni ed elaborazioni come soli strumenti operativi e predittivi da usare per la comprensione del funzionamento della psiche e per l’approccio terapeutico.  I nuovi apporti provenienti dal campo delle neuroscienze, della fisica, della biologia e dell’esperienza clinica,  sono comparsi molto tempo dopo e ci hanno portato nuove e più accurate conoscenze sul funzionamento neuro-psichico. Queste conoscenze hanno smentito a volte le ipotesi precedenti della psicoanalisi, della psicologia, neuropschiatria, sociologia, mentre altre volte  le hanno confermate con soddisfatta sorpresa reciproca.  Il new deal ha coinvolto inevitabilmente tutti i nostri modi di vedere e di approcciare i problemi che da sempre abbiamo dovuto affrontare e quelli nuovi che avanzano, portando con sè nuovi interrogativi e nuove criticità. A nuove realtà si accompagnano inevitabilmente nuovi problemi. E’ quindi inevitabile che anche il mondo dell’elaborazione e dell’approccio clinico della psicoanalisi stia cambiando. Negli ultimi tempi non è infrequente osservare come nelle bibliografie di lavori psicoanalitici compaiano citazioni non più esclusivamente autoreferenziali, ma che che fanno riferimento e si aprono  a nuove conoscenze e ad apporti di altre discipline.  Sembra quasi ovvia questa affermazione di “ecumenismo culturale”, considerato che l’obiettivo comune di ogni disciplina è quello della conoscenza  e, nel nostro caso, della cura.  Ma ciò che a noi sembra oggi ovvio era decisamente meno ovvio nei tempi bui delle contrapposizioni culturali che, pur essendo talora propulsive per la ricerca, hanno prodotto anche rallentamenti delle conoscenze globali.

 

Il libro

Nell’ambito di questo dibattito si inserisce un volume  da poco apparso nelle librerie per i tipi di FrancoAngeli, a cura di A. Marzi e intitolato “Psicoanalisi, identità e Internet. Esplorazioni nel cyberspace”. Il libro nasce proprio con l’intento di prendere atto, attraverso il contributo di diversi autori,  tutti psicoanalisti, delle nuove realtà e di approfondirne la conoscenza. Gli autori sentono tutti quanto sia ormai impossibile ignorare le tante istanze che ormai fanno parte della vita dell’uomo contemporaneo occidentale per il quale la psicoanalisi ha rappresentato uno dei fondamenti culturali nell’ultimo secolo. La crisi della psicoanalisi, di cui a periodi si parla, è inscindibile dalla crisi di tutto un mondo culturale più ampio. Lo scorrere della vita ha un talento particolare per mettere in crisi gli esseri umani e il loro modo di vivere, di pensare e di sentire. A volte sembriamo quasi sorpresi dalla stessa parola “crisi”, come se fosse qualcosa di inaspettato. Eppure nella nostra esperienza, in ogni campo della vita, la crisi è, è stata e sarà sempre imprevedibilmente prevedibile proprio in ragione del continuo scorrere e del continuo cambiamento delle cose. Semmai il problema sta nel come costruire nuove strategie per affrontarla e adattarsi alle nuove  e mutate condizioni, di cui la crisi rappresenta solo l’esperienza percepita dal soggetto. Credo quindi che il libro debba essere situato proprio nel contesto  in cui si tenta di adeguare le conoscenze e l’approccio terapeutico di una disciplina  come la psicoanalisi. Fin dall’inizio questo obiettivo traspare e viene messo in evidenza dalla bella introduzione di Antonino Ferro (che della Società Psicoanalitica Italiana è il Presidente).  Ferro mette in rilievo come le riflessioni sui significati e sulle ripercussioni retroattive che le nuove realtà producono sulla mente del soggetto, vengono  affrontate con umiltà e grande senso di curiosità scientifica. Per chi si occupa della mente e, soprattutto delle relazioni fra le menti, è una sfida particolarmente eccitante studiare i cambiamenti che stanno avvenendo grazie alle nuove realtà.  Gli autori passano in rassegna, da prospettive diverse, alcuni degli infiniti aspetti che coinvolgono il sapere psicoanalitico quando si confronta con i nuovi concetti di “realtà virtuale” e “spazio virtuale”.

Già prima sottolineavamo come  a nuove realtà corrispondono, purtroppo, nuovi problemi. In questo caso i nuovi problemi a cui in particolare ci riferiamo sono quelli che i lettori di Mission conoscono molto bene: le dipendenze. Da anni ormai assistiamo a continui cambiamenti del fenomeno delle dipendenze sia dal punto di vista della comparsa delle varie sostanze produttrici di addiction, sia dalle  conseguenze che queste producono sull’aspetto sociale, personale e relazionale.  Se ci soffermiamo sui fenomeni di massa nella storia delle dipendenze, abbiamo sotto gli occhi le “invasioni barbariche” che, a partire dalla fine degli anni ’60  hanno portato alla comparsa dei cannabinoidi prima e, via via, alla comparsa dell’eroina, della cocaina e delle droghe sintetiche. Ma “nuovi barbari” sono alle porte e già da un po’ ne avvertiamo la presenza. Le dipendenze da sostanza sono state infatti affiancate da quelle che ormai chiamiamo dipendenze  “senza sostanza” o “dipendenze da comportamento”. Il gioco d’azzardo patologico (ludopatia) che un tempo ci appariva un’entità lontana e più consona ad altri paesi e ad altre realtà, ora fa parte della nostra quotidianità e, ciò che più da vicino ci riguarda, del nostro lavoro clinico. E’ stato inevitabile per noi clinici attrezzarci e affrontare queste nuove situazioni in un lavoro di adeguamento concettuale, operativo e organizzativo. Sulla scia di queste nuove dipendenze, stanno facendosi largo, sempre più prepotentemente, altre manifestazioni, facilitate dall’uso progressivamente più massiccio e pervasivo di strumenti di comunicazione e connessione globale. Internet e tutto il mondo della comunicazione (telefonia mobile, tablets, e ogni altro device) stanno velocemente cambiando e stanno, di conseguenza, cambiando il nostro modo di comunicare. La connessione, la Rete, è sempre più vasta e più fittamente connessa e lo sarà ancora di più col passare del tempo e con lo sviluppo delle tecnologie che favoriscono le modalità più svariate e più raffinate di collegare in rete non solo ogni tipo di apparecchiatura, ma addirittura le nostre menti.

E’ inevitabile quindi che il nostro modo di comunicare, ma anche di percepire e addirittura di pensare, sia in costante cambiamento. Cambia il linguaggio, cambiano le modalità di rapporto, cambia la formulazione del pensiero.  Di fronte a tali epocali cambiamenti le reazioni sono varie. Ci sono i “tradizionalisti” che si rifiutano di condividere queste nuove realtà, negando loro valore col ritenerle “solo” giochi, vezzi, mode passeggere e ininfluenti. Altri, i “catastrofisti”, appaiono più preoccupati e addirittura preconizzano fosche prospettive per  l’umanità, considerando il fenomeno “net” come qualcosa che, col tempo, ci farà perdere capacità portandoci verso un’inevitabile regressione. Altri ancora sottolineano invece le positive ricadute  che questi nuovi strumenti stanno avendo sulla nostra vita e sostengono, al contrario degli altri, che la comunicazione che avviene, grazie a queste nuove modalità, ci arricchisce nella formulazione stessa del pensiero, del linguaggio e perfino nella scrittura. Per dirla con Rheingold (2012), internet ci rende intelligenti. Lungi dal considerare queste forme di comunicazione come negative o pericolose, le vedono molto utili  e ricche di potenzialità per ulteriori sviluppi di nuove forme di comunicazione che non penalizzano la componente emozionale, ma che la fanno fiorire sotto altre forme. Questo permetterebbe, come già si evidenzia da diversi lavori, addirittura di  costruire nuove possibilità di diagnosi e cura, utilizzando, con le dovute modalità, lo strumento della rete. Parlando dei problemi causati dall’uso della rete è inevitabile parlare della patologia dell’abuso e della dipendenza da internet. In questo caso l’uso compulsivo e ripetitivo della navigazione nella rete come avviene in alcuni soggetti diventa il focus su cui si è posata  la mia attenzione nel capitolo che conclude il volume. Le modalità con cui compaiono gli aspetti compulsivi e coattivi  ci sono familiari e non si discostano molto da quelle che siamo abituati da anni a vedere e curare sotto altre forme. I meccanismi sottostanti alle modalità con cui queste nuove dipendenze si presentano sono gli stessi, come studi recenti dimostrano (Dunbar 2011).  Nel seguire la linea conduttrice del libro, vale a dire l’approccio  psicoanalitico, l’obiettivo del mio contributo è stato quello di mostrare come non ci sia alcuna spaccatura fra la costruzione di teorizzazioni e approcci clinici basati su conoscenze neuroscientifiche e fra aspetti squisitamente psicoanalitici. Semmai il punto più delicato consiste  nell’inserire queste nuove conoscenze nel nostro bagaglio concettuale per modificare le nostre precedenti idee sul funzionamento e sulla struttura della mente. Non è un’operazione semplice quella che porterà alla costruzione di una nuova psicologia, ma è l’inevitabile, a volte doloroso,  cammino sulla via della conoscenza. L’aspetto unificante fra i differenti approcci  mi sembra possa essere quello che ruota, come in ogni dipendenza, intorno al perno centrale del processo della  gratificazione e della motivazione quando, in alcuni soggetti, i sistemi di controllo che limitano quantità  e durata di un’esperienza gradevole vengono meno trasformando   un evento utile e funzionale in un inferno fatto di ripetitività coatta fuori da ogni possibilità di controllo volontario. Nel caso  dell’Internet Addiction Disorder il perno è rappresentato  dall’esperienza gratificante che scatta dal soddisfacimento di quella caratteristica fondamentale dell’essere umano di cercare instancabilmente dati. Come abbiamo in precedenza visto, la ricerca di informazioni è un fattore fondamentale per la sopravvivenza. Questa spinta a conoscere (epistemofilia) viene connotata da M. Klein (1950) come un vero istinto e, come tale, dotato di una spinta pulsionale che lo dirige verso il suo obiettivo. E’ quindi inevitabile che venga “premiato” già quando la ricerca si mette in moto verso il suo oggetto di interesse e quando, a maggior ragione, l’obiettivo viene raggiunto.  Il premio anche in questo caso, come avviene per le sostanze e i comportamenti d’abuso, si realizza ad opera del Rewarding System (Tamir, Mitchell 2012, Zak 2005).  In una precedente occasione, sempre su Mission, mi è capitato di mettere in rilievo come l’essere umano racchiude in sè una tendenza connaturata al suo essere, la ricerca della felicità (Sforza 2006) ma, in questo caso, rovesciando il paradigma, possiamo dire con Edelman S. (2012) che il comportamento che viene premiato è quello della “felicità della ricerca”. Purtroppo per alcuni il meccanismo premiante, per svariati motivi, non viene modulato nel giusto modo e di conseguenza, quello che in origine aveva il compito di generare gratificazione ed efficacia evolutiva, quindi vita e benessere, diventa al contrario fonte di sofferenza e, talora, di morte.

Non so se i miei tentativi di trovare delle convergenze fra i vari sistemi interpretativi per mostrare come non ci sia conflitto fra approcci diversi, potrà avere un esito condivisibile. Il giudizio resta nelle mani del lettore che si troverà anche a valutare le mie intenzioni di utilizzare in modo convergente teorizzazioni di provenienza diversa, per dare un contributo alla comprensione di realtà complesse. A ciascuno resta il diritto della sua particolare visione dei fenomeni studiati, ma sappiamo anche che ogni specifico angolo di osservazione diventa un elemento che contribuisce ad una visione d’insieme sulla interminabile strada della conoscenza, soprattutto quando questa, come nel nostro caso, è finalizzata alla cura di esseri umani.

BIBLIOGRAFIA

 

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